Gaetano Lettieri

sintesi del corso

eleuthería
il soffio della libertà

conferenza di giovanni dal covolo

NELLA LIBERTA’ DA TUTTE LE FRONTIERE GEOPOLITICHE DEL SIGLO DE ORO IBERICO CULMINA L’ISPIRAZIONE ICONOGRAFICA DI EL GRECO

25 maggio 2021

Giovanni_Dal_Covolo

Giovanni Dal Covolo

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El Greco (1541-1614) è il soprannome che si darà fuori dalla sua terra, Creta, dove era nato e formato dipingendo e indorando icone. L’oro era il colore della divinità e all’oro sarà collegato come illustre rappresentante del Siglo de Oro, il Rinascimento spagnolo. Era l’oro che i conquistadores cercavano e che divenne il valore mercantile di una classe in ascesa e che declassava la vecchia casta sacerdotale.

Alla tradizione greca rimanda un pannello della cattedrale di Emoupoli che rappresenta la Dormizione di Maria, secondo la visione della Chiesa ortodossa: nel sonno la Madre di Dio (theotokòs) era stata “assunta”  in cielo con il corpo. Al periodo cretese risale il San Luca che ritrae la vergine con il bimbo, altro tema caro alla tradizione iconografica orientale. Poi da Candia - oggi Heraklion – allora terra della Serenissima, dove lavorava con successo come iconografo, andò a Venezia. Entrò nella bottega di Tiziano. Ce lo dice in una lettera Claudio Clovio, altro grande miniaturista, che lo presentò al mecenate e cardinale Alessandro Farnese come artista promettente. Alla tradizione veneziana si collega il San Lorenzo al rogo, realizzato a Toledo, se non altro per quella dalmatica con broccati di cui il Santo è vestito mentre tiene la griglia, simbolo del martirio.

Vide all’opera Tintoretto nella Scuola Grande di San Rocco e imparò l’uso del colore e la resa dello spazio. In Santa Maria egiziaca c’è affinità con le sue opere future per quelle tenebre che avvolgono la Santa dall’aureola dorata e i lampi di luce. Imparò da Jacopo da Bassano come osserviamo in la Salita al Calvario dove Gesù incontra la Veronica (vera-icone), raffigurazione che ha dell’istantanea: Gesù che si volta, il volto impresso sul velo, Veronica che guarda il panno. Conobbe il Veronese dei fastosi scenari e dei vortici di cori celesti.

Nel 1570 El Greco era a Roma. Si iscrisse nella milizia cristiana (miles christianus) di Erasmo da Rotterdam. Cessate erano le crociate ma non il pericolo turco. Eravamo alla vigilia della Battaglia di Lepanto. El Greco si fece interprete della nuova visione dell’arte introdotta dal Concilio di Trento. La lezione di San Carlo era per un’arte austera, essenziale, cristocentrica. Conforme ai canoni della Controriforma era per esempio il tema della penitenza come in Maddalena penitente. Peccatrice o seguace prediletta dal Maestro, la donna si staglia sulla roccia avvolta nel manto azzurro lasciando scoperte le spalle. Così il tema del Crocifisso, segno per eccellenza della Redenzione, come in San Francesco in preghiera (Toledo, 1582). Si firmava Domìnikos Theotokòpoulos. A Roma si confrontò con i modelli classici, imparò da Raffaello, vide gli angeli corposi di Michelangelo (Giudizio universale). Ebbe consensi ma si procurò inimicizie, per invidia o per i suoi atteggiamenti non convenzionali.

La definitiva tappa fu in Spagna, allora potenza emergente. Vide una nuova opportunità di lavoro; si stava costruendo l’Escorial, voluto da Filippo II. Fu il periodo più fecondo. Lavorò a Toledo, ormai ex-capitale. Fu apprezzato e corteggiato. Ebbe una clientela prevalentemente religiosa; la religione aveva radici nelle sue conoscenze e nella sua sensibilità. Uno dei dipinti è La Trinità, per il monastero di S. Domenico: un cielo luminoso, il Padre che guarda con dolore il figlio morto. Tra le ultime opere è L’Adorazione dei pastori, forme allungate che aggiungono forza espressiva, una composizione che si avvolge a spirale in un movimento ascensionale. Evidenti sono i richiami al periodo veneziano (Correggio).

C’era una spaccatura culturale, tra la Spagna dell’Inquisizione e Venezia; le mura di Bergamo non si opponevano solo fisicamente alla Milano spagnola. Ma rimanevano vive in lui le prime radici. Si chiamerà per sempre El Greco.

Mauro Malighetti

lezione del prof. Villa

I CONFINI DELLA LIBERTA’: SPIRITUALITA’, PITTURA E RIVOLUZIONE

18 maggio 2021

Giovanni Villa

Giovanni Carlo Federico Villa

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La data cardine della libertà nell’arte è la Rivoluzione francese. Un’opera iconica è La libertà guida il popolo di Eugène Delacroix.

Il re Borbone Carlo X ha appena emanato leggi liberticide, ristabilita la censura e introdotta una legge elettorale a favore dell’aristocrazia terriera. Il popolo parigino si ribella e alza le barricate. E’ la Rivoluzione di luglio. Tre gloriose giornate che costringono Carlo ad abdicare e aprono la nuova fase del re Luigi Filippo, il Re cittadino.

Delacroix la celebra con questo dipinto a olio su tela 2,60 x 3,25 m: “se non ho combattuto almeno dipingerò”. Incede sicura Marianne, personificazione della Francia. Impugna il fucile e sventola il tricolore. Si volge indietro a spronare, scavalcando corpi straziati. Vicino il ragazzo che ricorda Gavroche de I Miserabili di Hugo. La seguono “i fratelli” di ogni classe sociale, operai, intellettuali, artigiani, tra il fumo di incendi e scoppi. Si intravvede il profilo di Notre Dame. 

Ricalca lo schema compositivo di un altro celebre dipinto La Zattera della Medusa di Théodore Géricault. La piramide umana che si crea sulla zattera alla deriva si proietta all’interno, verso la nave avvistata che li salverà. In Delacroix il moto delle masse viene in avanti, verso lo spettatore. Intorno il groviglio dei cadaveri.

La tela di Delacroix si avvalse di suggestioni che venivano dal passato, come la Venere di Milo, in quel tempo arrivata a Parigi, e avrebbe stimolato altre opere, iconiche in tempi diversi: dalla Statua della Libertà a New York alla fotografia di Moustafa Assouna a Gaza.

Il tema della libertà si ritrova in Jacques-Louis David, figura di spicco nel periodo rivoluzionario e dopo, passato indenne nei momenti turbolenti tra condanne e faide dei gruppi. Celebra l’episodio patriottico del Giuramento dei fratelli Orazi prima del duello con i nemici di Roma repubblicana. Il padre porge con atto solenne le spade; dietro le donne desolate.

David sarà il “primo pittore” di Napoleone: “sì, amici miei, Napoleone è il mio eroe”. Lo ritrae sul cavallo bianco impennato, novello Annibale, nell’atto di superare il passo del Gran San Bernardo verso la  Campagna d’Italia che lo incoronerà imperatore. I soldati sono ripresi chini, tesi a spingere i cannoni compresi come partecipi di un’impresa storica. Ancora David immortala il momento dell’Incoronazione: “disegnai la scena dal vivo e annotai quel che non potevo fare in tempo a disegnare”. Il Papa assiste passivo, Napoleone incorona la moglie Giuseppina inchinata; attorno i familiari e i dignitari. Un’istantanea che documenta l’apice della sua carriera e la nuova società borghese. Altrettanto gigantesche sono le dimensioni della tela, quasi dieci metri di lunghezza, che con la Restaurazione finirà nei magazzini del Louvre.

David documenterà altri momenti della vita di Napoleone fino alla sconfitta; anche le conseguenze disastrose della guerra. Goya lo riprende ribaltando il senso della storia. Nella scena della Fucilazione dei patrioti spagnoli, con quei fucili spianati, le facce inorridite dei condannati, il patriota in camicia bianca a braccia spalancate quasi un Cristo Crocifisso, nella complicità delle ombre, Goya mostra che i liberatori si vestono da assassini e gli ideali libertari diventano cruda repressione.

Altri autori e altre opere hanno reinterpretato questi racconti della libertà. La storia ha posto nuove situazioni. L’arte ha accettato la sfida. Nella varietà di culture, di stili e di mezzi ha risposto muovendo le coscienze. Pensiamo ai murales di Bansky che nella banlieue parigina denuncia la politica repressiva nei confronti dei migranti. Gli artisti sono stati capaci di dare nuove letture e di scuotere le coscienze.

Mauro Malighetti

silvano petrosino

la prova della LIBERTÀ

11 Maggio 2021

Silvano Petrosino

Silvano Petrosino

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Di solito si sottolinea la libertà da: dalla schiavitù, dall’oppressione, dalle paure, dalla violenza. È la libertà tipica del giovane che chiede indipendenza dai genitori e dalle consuetudini, dai vincoli del mondo che lo circonda. E’ la visione dell’hippy che vuole uscire, andare, provare. Non sa bene ancora cosa e perché, soltanto non sopporta legami, condizionamenti, pregiudizi, compromessi. Ma la libertà così sciolta rischia di essere astratta.

Invece astratta non è la nostra condizione umana. Non lo è stata la nascita, dove e come siamo nati: con un corpo, una famiglia, una condizione sociale, in un tempo, in un luogo, con dei legami che ci hanno accompagnato in seguito. Senza determinazioni chi siamo? Esistere è essere determinati. La determinazione non vincola tutto, ma vincola. L’essere senza una gamba non impedisce di vivere, di trovare una propria strada, magari di essere qualcuno, di avere anche successo. Non impedisce ma vincola: non potrà essere ad esempio un ballerino. La libertà agisce nei confronti della determinazione, non va oltre ciò che si è.

La condizione umana può essere difficile, il male e la sofferenza possono renderla incomprensibile come dichiara Ivan Karamazov davanti alla sofferenza dei bambini: “a Te Dio io restituisco il biglietto della vita!”

Diventa invece importante la libertà di o libertà per. Riconosciuti i vincoli del nostro vivere si tratta di scegliere una libertà responsabile.

Troppo spesso noi vogliamo essere sicuri più che liberi. Dimentichiamo la lezione del popolo d’Israele nel deserto, una volta uscito dall’Egitto. Si trova a languire di fame. Invoca Aronne, Mosè è via, sulla montagna: “Dove ci avete portato? In Egitto eravamo schiavi ma avevamo la nostra pentola quotidiana”. Aronne temporeggia, poi costruisce loro un idolo da adorare, concreto, che si tocca e luccica. Il Dio di Mosè è lontano, in cielo, invisibile, tra le nubi, si fa sentire solo nei tuoni. Il popolo cerca sicurezza.

Questo insegna la Leggenda del Grande Inquisitore (Fratelli Karamazov di Dostoevskij). È la storia che racconta uno dei tre fratelli protagonisti, Ivan, ambientata a Siviglia nel ‘500. Cristo è tornato e si è mischiato alla folla della piazza. Si accorge di lui il vecchio cardinale, il grande inquisitore, alto, dal viso scarno. Lo fa subito incarcerare. Di notte va nella cella dove il Cristo è custodito e gli parla. “Sei Tu? Taci, non rispondere, so troppo bene quel che puoi dire”. Il suo è un monologo. L’inquisitore gli dice che lui, Gesù, si è sbagliato sull’uomo. Non è vero che l’uomo cerca la verità: “Tu prometti un pane celeste ma la maggioranza cerca un pane terreno”.  “Così ragionasti: che libertà può mai esserci se l’ubbidienza è comprata coi pani? Sbagliasti!” “Nessuna scienza darà loro il pane finché rimarranno liberi, ma essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: riduceteci piuttosto in schiavitù ma sfamateci!” “E se migliaia ti seguiranno in nome del pane celeste che ne sarà dei milioni e dei miliardi di esseri che non avranno la forza di posporre il pane terreno a quello celeste?” “Tu conoscevi, non potevi non conoscere, questo fondamentale segreto della natura umana. Perciò domani stesso io Ti condannerò e ti farò ardere sul rogo”

Parole che ricordano quelle di Seneca (Lettere a Lucilio): “pochi sono schiavi per necessità, i più lo sono volontariamente”. L’uomo viene alla vita senza deciderlo ma non diventa uomo senza volerlo. Il bambino dice “mio!”, poi cresce e vede altro, e pensa. Chi vive nelle favelas fa più fatica ma le circostanze non gli impediscono di capire e imparare. La libertà non è avere successo ma cercare la propria strada. Non è Dio che la determina, Dio non decide di sposare questo o quello. L’uomo non è qualcosa di costituito. Nulla è più seducente della libertà, nulla più tormentoso.

 

Mauro Malighetti

giovan battista paninforni

de libero arbitrio

4 Maggio 2021

Paninforni

Giovan Battista Paninforni

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Il titolo è preso dall’opera di Agostino, un dialogo che si sviluppa attorno ad una celebre affermazione di Paolo di Tarso: ”C’è in me il desiderio del bene ma non la capacità di attuarlo; io infatti non compio il bene che voglio ma il male che non voglio. Ora se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo ma il peccato che abita in me”.

La libertà nasce dal desiderio, vive un momento di sospensione, si conclude nella decisione e nella scelta. Alcuni parlano di condizionamento o determinismo, altri sottolineano il fatto che sono io che la determino e di cui mi sento responsabile. Dal latino liberare libra, bilancia. Fatta la scelta ci si sente in pace con se stessi se la scelta è buona, insoddisfatti se la scelta è sbagliata.

Per Platone il daimon accompagna la scelta. Racconta nel mito di Er che l’anima giunge nell’al di là al cospetto delle Moire: Cloto che fila la tela della vita, Lachesi che decide la trama, Atropo che recide. L’anima beve poi dal fiume Lete per dimenticare la vita trascorsa. Dopo un certo tempo ritorna per una nuova vita con un nuovo destino. Il destino va interpretato, assecondato, non contrastato. Il daimon a ciascuno assegnato aiuta. Bisogna però assecondarlo. Come? Conoscendo e imparando. Una buona educazione ci fa crescere in armonia. Diversamente l’uomo rischia di essere trascinato e travolto come uno schiavo legato al carro. Chi sa agisce bene, l’ignorante cade in errore e fa il male.

Sant’Agostino (354-430 d.C.) in polemica con i manichei afferma la bontà della creazione e la superiorità di Dio sul male. Il male non viene da Dio. Dio è pienezza di bene, è l’essere. Il male è mancanza d’essere. L’uomo lo sceglie, si distoglie da Dio e preferisce i beni terreni. In verità come creatura di Dio è capace di fare il bene, di inserirsi nell’opera divina, di aprirsi alla parola di Dio. Più tardi Agostino, in polemica con Pelagio che accentua l’autonomia dell’uomo nella salvezza, afferma con forza l’indispensabilità della grazia. Le opere buone seguono la grazia, non bastano da sole. Vana sarebbe l’opera di Cristo. L’uomo non si salva con le sole sue forze. Senza l’appoggio di Dio cadiamo. A tal punto Agostino spinge sulla debolezza dell’uomo peccatore fino a proporre la dottrina della predestinazione: la salvezza e la dannazione sono nelle mani e nella mente di Dio. Non è forse detto nell’Esodo che “Dio indurisce il cuore del faraone”? Sembra così a repentaglio la libertà dell’uomo. L’uomo è fuori causa? No, Dio guarda e prende atto della scelta che noi operiamo.

Uno scontro analogo pur in tutt’altro contesto storico si ripropose tra Erasmo e Lutero.  L’umanista Erasmo (De libero arbitrio 1524) colse la novità ma anche l’intransigenza della posizione di Lutero. Afferma che la novità cristiana è stata annunciata dai saggi antichi. L’uomo è creatura debole ma i suoi sforzi non sono vani. Ha bisogno del Padre che lo sostiene e guida ma le sue azioni contano. Dio lo ha rivestito di doni e qualità fino ad elevarlo sulle creature e di tale privilegio è responsabile. La Chiesa ha pur bisogno di riforma, è attraversata da corruzione e mercimoni, ma va salvaguardata e le istituzioni vanno riformate non distrutte.

Lutero (1483-1546 d.C.), che era un agostiniano, gli rispose (De servo arbitrio) accentuando il primato della grazia. È Dio che giustifica, la salvezza non viene da noi. Il giusto vive mediante la fede, senza le opere della legge. In preda al peccato, incapaci di bene, destinati alla perdizione, sospesi sul burrone della dannazione Dio ci soccorre. A lui ci dobbiamo affidare. La fede salva, non le opere. Dio ci salva con il suo amore, mediante il Cristo. Con la sua morte ci ha liberati.

La cristianità si divise e così l’Europa: contrasti religiosi e lotte sociali, guerre di principi e di contadini. Ci fu alla fine il compromesso, cuius regio eius et religio: il suddito si adeguava alla religione del re. Passarono anni prima di arrivare alla tolleranza e ad una nuova stagione di libertà.

Giova qui riprendere le parole di Virgilio a Dante allorché si congeda: “Non aspettar mio dir più né mio cenno; / libero, dritto e sano è tuo arbitrio, /e fallo fora non fare a suo senno: / per ch’io te sovra te corono e mitrio.” (Purg. XXVII, 139 ss).

Mauro Malighetti

di andrea bottani

struttura del tempo e natura della LIBERTÀ

27 Aprile 2021

Andrea Bottani

Andrea Bottani

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Io ho la percezione di non essere libero quando non posso fare diversamente. La condizione necessaria della libertà è avere la possibilità di scegliere. D’altronde se rifletto, intuisco che un’azione libera non può essere casuale, deve essere motivata. Come succede quando uno si iscrive all’università e si interroga, si informa, si consulta, soppesa e quindi decide. La libertà richiede responsabilità.

Sorgono però difficoltà. Hume fa notare che se l’azione è determinata da motivazioni non è più libera. La motivazione non mi lascia libero, mi obbliga, mi spinge su quella strada. D’altra parte senza motivazione è come affidarsi alla casualità.

Leibniz ha una visione prospettica del tempo. Come un oggetto appare davanti o dietro secondo il punto di vista, per cui il libro si può trovare prima o dopo rispetto alla penna o al leggio, così possiamo considerare il passato, il presente e il futuro a blocchi. Diciamo “ora” secondo dove ci collochiamo come possiamo dire “qui” sia se ci troviamo in casa, in garage o a scuola. Il presente dipende dove uno si colloca. Se ritengo il passato immodificabile anche nel futuro trovo le mie azioni già bell’e determinate.

Si può pure pensare al tempo secondo una visione di scorrimento, vero, e non illusorio come gli alberi che scorrono davanti al finestrino del treno. L’evento arriva, passa e scivola nel passato, come in una catena. Così gli stati presenti determinano quelli successivi, gli stati precedenti preparano la fase presente. Così anche il futuro è determinato.

Aristotele distingue un futuro necessario e uno contingente. Necessario è quello della matematica, 2 più due fanno quattro, vero oggi come domani. Invece asserire che il prossimo presidente della Repubblica sarà alto un metro e settantacinque è un futuro contingente, può essere vero o falso.

Ma ha senso parlare di vero o falso visto che il futuro non c’è? Come potrebbe essere vera una cosa che non c’è? Qualcuno potrebbe dire: aspettiamo, tra un anno sapremo se l’affermazione è vera o falsa. Il futuro è aperto. Altri obbietterebbero: nient’affatto, già da ora l’affermazione può essere è vera o falsa, semplicemente questo si manifesterà tra un anno quando potremo verificare se il presidente eletto risulterà alto 1 metro e settantacinque.

Nel Medioevo si discusse di libero arbitrio, se fosse compatibile con l’onniscienza di Dio. Dio sa già da ora come io agirò, sa che sceglierò A e che le altre possibilità mi saranno precluse. La prescienza di Dio chiude il mio futuro e la mia libertà. Alcuni filosofi ripiegavano su un’onniscienza limitata di Dio, per un determinato momento, così il futuro resterebbe aperto. Altri sostenevano un’onniscienza forte per cui Dio ha presente tutto in ogni istante e quindi sa come agirò. Né potrò mai agire in modo da rendere la credenza di Dio falsa. Il libero arbitrio salta.

Boezio tentò una conciliazione. Dio trascende la dimensione temporale, conosce non nel tempo ma fuori del tempo. Come ci sono enunciati fuori del tempo, validi sempre, quelli matematici ad esempio, così per Dio, che conosce fuori del tempo, non c’è un prima e un dopo, vede da sempre la mia scelta. Risposta che non convinse. Ciò che è vero deve valere fuori del tempo e nel tempo. Per me, che sono nel tempo, mi appare come possibilità quella che invece non è.

Secondo Occam Dio sapeva già un anno fa che io, Andrea Bottani, questa sera avrei tenuto la conferenza anche se era nella mia possibilità che non tenessi la conferenza. Dio sapeva. Non è stata la conoscenza di Dio a far sì che io tenessi la conferenza. È stata la decisione di Andrea Bottani che la conferenza si tenesse questa sera. Quel che Dio credeva in passato non è storicamente necessario, non causa la mia azione. La causa è nelle mie mani. Dio si sintonizza sulla mia scelta libera. Il sapere di Dio è una presa d’atto. Se il mio atto fosse stato diverso, Dio non avrebbe creduto che io avrei tenuto la conferenza. Il futuro è chiuso secondo l’onniscienza di Dio; è aperto secondo la libertà umana.

Come si vede questioni morali e questioni metafisiche si intrecciano, come libertà e responsabilità, fede e morale, tempo ed eternità.

Mauro Malighetti

maddalena bonelli

si può parlare di LIBERTÀ nell'etica aristotelica? 

20 Aprile 2021

Maddalena Bonelli

Maddalena Bonelli

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Eleutherìa (libertà) in Aristotele è la condizione politica del cittadino ateniese e non indica una volontà individuale o morale. Nell’antichità si discuteva di fato, destino, necessità degli avvenimenti. Lo facevano gli stoici e filosofi più sincretici come Cicerone (De fato) e Alessandro di Afrodisia.

Quest’ultimo, commentatore per antonomasia di Aristotele, vissuto nel II secolo d. C. e voluto dagli imperatori Settimio Severo e Caracalla a presiedere la scuola peripatetica di Atene, costruisce però con materiali aristotelici una teoria interessante del destino, un destino che in parte l’uomo può modificare.

Anche in natura avvengono processi che non sono necessitanti. Può ad esempio verificarsi il caso della pecora con cinque zampe o del feto che non porta a termine il suo sviluppo. D’altronde se noi vediamo col tempo i nostri capelli imbiancare possiamo intervenire con qualche unguento.

Aristotele (Fisica) parla di generazioni o accadimenti forzati e non destinati (emarménos) per natura. Si potrebbero chiamare così le azioni volontarie degli uomini in grado, usando la ragione, di spezzare le catene delle cause naturali. Alessandro di Afrodisia parlerà di potere (dùnamis) che “dipende da me” (efemìn): poter compiere azioni che si oppongono al corso naturale o destino, contrariamente a ciò che avviene per gli elementi naturali come nel caso del fuoco che “non può non” riscaldare.

L’azione (pràxis) dell’uomo richiede deliberazione, scelta (proàiresis): “non diciamo che agisce nel caso del bimbo, neppure lo diciamo per una bestia ma solo di chi opera per ragionamento”. L’uomo razionale agisce calcolando in vista di un fine.

Ancora Aristotele (Etica Eudémia): “Se tutte le cose sono principi (cause) di azioni, l’uomo è principio di certe azioni“. E precisa: “Ci sono cose che accadono necessariamente” - come i movimenti degli astri o le verità matematiche - “e cose contingenti, cioè che possono essere diversamente. Molte di quest’ultime dipendono dagli esseri umani”, “dall’uomo dipende il loro accadere o no”.

Alessandro di Afrodisia parla dell’uomo come principio di azione, punto di partenza. L’uomo ha la capacità di spezzare la serie delle catene naturali. L’uomo, mosso dal desiderio e dal ragionamento, delibera (bulé) e ciò lo fa essere causa prima di azione: “Se gli uomini sono principi di partenza non significa che non abbiano cause, ma solo che in quella azione la loro deliberazione è la causa prima dell’azione” (Etica Nicomachea). Perciò Alessandro ammoniva gli imperatori sedotti dagli stoici: “attenti! perché se tutto dipende dal destino come dicono, vi troverete con sudditi irresponsabili!”

Questi argomenti aristotelici contengono perciò una teoria della libertà anche in senso etico. Ma con due ombre. Aristotele ha sempre sostenuto che l’uomo acquista mediante l’educazione e l’esercizio un habitus, il carattere da cui poi è difficile scostarsi. Inoltre l’uomo che lui considera ha le caratteristiche dell’uomo greco, adulto, dotato di rendita, libero e maschio. Sono esclusi gli schiavi perché non dotati di razionalità sufficiente, esclusi gli adolescenti almeno temporalmente, esclusi i lavoratori salariati privi del tempo necessario a partecipare, escluse le donne perché emotive e non in grado di ponderare le situazioni, come capitò a Medea che travolta dalla passione uccise i propri figli (Mario Vegetti, Etica degli antichi).

In ciò Aristotele si dimostrava figlio del suo tempo.

Paradossalmente è a noi più vicino Platone: con la distinzione di anima e corpo e la netta prevalenza della prima, dava un ruolo alle donne nella sua visionaria Repubblica.

Mauro Malighetti

lezione di mauro bonazzi

il coraggio DELLA LIBERTÀ partendo da platone

13 Aprile 2021

Mauro Bonazzi

Mauro Bonazzi

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Platone è sempre attuale e produttiva è l’incursione nei suoi testi sul tema della libertà.

Siamo nell’Apologia (par. 28-32), si racconta del processo a Socrate, 399 a.C. . Per Atene è ancora bruciante la sconfitta della Guerra del Peloponneso. Si è riunito il Consiglio dei Cinquecento per le accuse a Socrate. Almeno all’inizio non si parla di condanna a morte. L’imputato si difende senza cercare simpatie. Le sue parole suscitano disapprovazione: “non rumoreggiate, cittadini d’Atene, vi prego di ascoltare”. Le accuse sono gravi, gli obbiettano, meritevoli di morte, di cui dovrebbe vergognarsi. “Vergogna?” ribatte Socrate, “di ben altro c’è d’aver vergogna!”. La sua vergogna è di compiere azioni ingiuste. Non fa parte dei suoi calcoli il rischio della vita. Richiama il figlio della dea Teti, Achille: non si lasciò convincere dalle parole della madre secondo la quale uccidendo Ettore sarebbe andato incontro alla morte. “Fare ingiustizia e non prestare ascolto a chi è migliore, uomo o dio che sia ”è stato il suo riferimento, “temere la morte piuttosto se ci si crede sapienti e non lo si è”. L’ignoranza è la sua vergogna, il grande rischio. Lui, Socrate, si ritiene uomo di coraggio e l’ha dimostrato anche in battaglia. Si è dedicato alla filosofia, alla ricerca della verità con il coraggio di dirla: “per questo non cesserò di filosofare e di esortarvi e consigliarvi”. La libertà è per il bene.

Rileggiamo il dialogo famoso, il Simposio (par. 215-222). Nel pieno del convivio irrompe Alcibiade, ubriaco, con la baraonda degli amici. Alcibiade, il figlio adottivo di Pericle, è un politico brillante, ma trascinerà i concittadini nella guerra contro Siracusa con la rovina sua e della città. I convitati si sono appena espressi sul tema proposto, l’amore. Lo invitano perciò a dire la sua. Alcibiade tesse l’elogio di Socrate. Socrate è come Marsia, il flautista melodioso che osò sfidare Apollo. Socrate sa ottenere lo stesso effetto con le parole, vince tutti con la forza del discorso. Si resta affascinati, alle sue parole. Soprattutto dice la verità e Alcibiade si è sentito in vergogna, “per ciò che mi ha fatto conoscere e io non ho seguito”. Anche se ha provato a tendergli trappole, come si suole tra amanti, Socrate non ci è cascato, è andato dritto sulla strada della verità. Non somiglia a nessuno degli antichi o degli uomini di oggi. I suoi discorsi sono pieni di ogni immagine di virtù, tendono a ciò che vi è di più grande, il bene.

Riprendiamo ancora una volta il mito della caverna (Repubblica). Sono noti i passaggi: i prigionieri legati e volti verso la parete, le ombre che si muovono davanti a loro, il prigioniero che si libera – come e perché? non è detto – la sua faticosa ascesa, lui che vede, la volontà di tornare, di raccontare, di spiegare, in cambio non onori e lodi ma derisione fino a essere messo a morte per la sua assurda ostinazione. Non è forse la replica della storia di Socrate? O forse è la storia rovesciata di Heidegger che nel momento della svolta illuminante della sua filosofia finisce poi a piegarsi al diktat del regime nazista assumendo la carica di Rettore dell’Università di Friburgo?

Viene in mente la storia raccontata nel film The Truman show: un uomo qualunque usato fin dalla nascita a fare spettacolo, la vita ridotta a intrattenimento, tutti attorno d’accordo a recitare la propria parte a spese sue. Ma viene il giorno della coscienza e si ribella.

La libertà non è un processo passivo, non è lo spensierato vivere in acquetanti certezze. Richiede autenticità, essere se stessi, sforzo di capire. Il prezzo da pagare può essere la solitudine. Capita a certi ragazzi bersagli del bullismo. Adeguarsi significa cadere nella schiavitù. “Libertà non è far ciò che vuoi ma essere ciò che sei”. Si è schiavi di paure, pregiudizi, passioni.

Oggi si tende a mettere in discussione la coscienza. Sembra lontana la credenza nell’anima. Si nega l’io come centro dell’uomo, nucleo intatto che sostiene azioni e pensieri, identità costante, base fondante. Si parla di molteplici io, di un io che è costruzione sociale, come sostenevano i sofisti. Comunque sia, la libertà è un processo faticoso. Richiede conoscenza e autocoscienza. E per la libertà ci vuole coraggio.

A cura di Mauro Malighetti

Relazione di gaetano lettieri

AGOSTINO APORIE E NAUFRAGIO DELLA LIBERTÀ

30 Marzo 2021

Gaetano Lettieri

Gaetano Lettieri

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Agostino (354-430 d.C.) incide ancora nella filosofia contemporanea. In vita il suo pensiero è sempre stato in evoluzione e si è accompagnato poi con il pensiero occidentale. La prima fase del suo pensiero si chiude con le Confessiones (397 d.C.), in cui si esamina sotto lo sguardo dell’Altro e inaugura la soggettività moderna. Con la nomina a Vescovo di Ippona si apre il secondo periodo. C’è uno scarto dal primo. Agostino sottolinea l’impotenza morale dell’uomo e la necessità della grazia di Dio. Così negli ultimi anni della sua vita rilegge e corregge le sue opere (Retractactiones, 427 d.C.) facendosi assertore della gratuità della grazia, l’irresistibile dono di Dio, di fronte al quale il libero arbitrio si piega, secondo le parole di Paolo: “Cos’hai che tu non abbia ricevuto? Tutto ciò che l’uomo ha, è un dono” (1 Corinzi 4,7). Se nella prima fase sottolineava la capacità della creatura di inserirsi nel disegno d’amore di Dio per le sue creature, in una visione vicina all’ideale umanistico dell’uomo immagine del suo Creatore e creatore a sua volta, nella seconda fase propone un libero arbitrio sovrastato da forze superiori: “non compio il bene che voglio ma il male che non voglio” (Romani 7, 19). La libertà, presa dall’amore di sé, naufraga nelle sue aporie: “niente posso senza la grazia”. Fino al pensiero tragico della dottrina della predestinazione, di fronte al quale la nostra sensibilità moderna inorridisce perché svuota la libertà umana. Il male è opera dell’uomo; alcuni si salvano ma altri Dio abbandona alla loro rovina.

 

Agostino muore quando i Vandali sono alle porte della sua città ma il suo pensiero continua a riproporsi. Anche in opposizione, come con Scoto Eriugena, in tempo di rinascita carolingia. Eriugena sottolinea il ruolo della ragione e vede nel pensiero agostiniano sulla grazia un ostacolo alla libertà, una censura dell’autonomia dell’uomo. Tommaso D’Aquino salva l’autonomia dell’uomo guidato dalla ragione ma rimane ancorato alla dottrina della grazia come potere incondizionato di donazione.

 

Una grande stagione dell’agostinismo è alle soglie del Cinquecento, nel confronto serrato tra Erasmo e Lutero. In Erasmo riaffiora l’Agostino ottimista, di un Dio creatore che ci assiste nel nostro sforzo di bene, salvaguardando il nostro libero arbitrio. Lutero riprende l’Agostino pessimista, che con la dottrina della giustificazione vede nella libertà una pretesa dell’uomo di sovrapporsi a Dio, di scavalcare la grazia, di affermare se stesso in alternativa.

 

Erasmo richiama l’Agostino del redi in te ipsum, “non cercare la verità fuori di te” perché veritas habitat in interiore homine. Nella creatura riluce il Creatore e l’uomo con la ragione e la sua libertà può aprirsi alla luce divina. L’immagine di Dio è nell’uomo, basta che rientri in sé.

 

Lutero invece rivendica il primato assoluto della grazia. Solo la grazia sblocca la libertà presa dal vortice autoreferenziale. Solo se il desiderio è espropriato dalla grazia, Dio si manifesta a me e mi salva. Lutero si riaggancia all’Agostino pessimista, “apocalittico”, che subordina la salvezza dell’uomo al volere di Dio, la libertà alla grazia che è opera dello Spirito (Commento al Vangelo di Giovanni). “Senza il dono divino resto prigioniero del peccato e sono dannato”. L’uomo solo non può impedire l’irruzione del male nel mondo.

 

Agostino è terreno di scontro tra giansenisti e gesuiti. Pascal è per il secondo Agostino. Ogni atto di carità è sovrannaturale, appartiene all’ordine della grazia, è dono dello spirito. Dio si rivela nel dono dello Spirito che non è dell’ordine naturale, non segue la logica mondana. Dio, nel linguaggio paolino, annienta ciò che ha valore per gli uomini e solleva ciò che è scartato. A noi si dona nella morte e risurrezione del Cristo.

 

E’ un solco che – forzando un po' – divide gli ultimi Papi: si potrebbe parlare di “primo Agostino” nel gesuita Papa Francesco, sensibile alla responsabilizzazione dell’uomo, e di “secondo Agostino” nel teologo Papa Ratzingher, fiducioso della grazia irresistibile di Dio.

 

L’agostinismo lascia tracce nella contemporaneità laica. Derrida lo riprende a suo modo. L’uomo deve riconoscere che ogni decisione è autentica se passiva. Ogni atto di libertà è fallimentare se pretende di auto fondarsi. La decisione passiva è dare ospitalità all’altro. Prima della proprietà c’è l’ospitalità. Di fronte alla modernità che vuole dare autonomia all’uomo e afferma il potere della libertà per costruire il mondo, il post moderno decostruisce le nostre certezze, erode la pretesa della nostra libertà di essere il fondamento di un ordine razionale.

 

Agostino non cessa di parlare. Nell’amore la libertà non comanda. La libertà non è mai libera ma condizionata. L’esperienza dell’uomo nuovo è rivelazione interiore dello Spirito. La libertà che vuole affermarsi è vana; se vissuta come dono è capace di strappare l’uomo dal male e dal peccato.

 

Agostino è stato raffigurato con il cuore in mano, secondo le parole “ardiamo e andiamo”. La morte non ferma il credente se vive la fede come esperienza di donazione, come incontro con Colui che si è donato.

A cura di Mauro Malighetti

Roberta De Monticelli

INIZIARE: LA FACOLTÀ DEL NUOVO E IL LIBERO ARBITRIO

23 marzo 2021

Roberta De Monticelli

Roberta De Monticelli

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Impediti nelle nostre normali abitudini da più di un anno, ora c’è voglia di ricominciare, di riprenderci la nostra libertà. Sì, ma quale? Che contenuti dare alla libertà?

 

Gli uomini si sono differenziati dagli altri esseri viventi per la capacità di cooperare (M. Tomasiello). La cooperazione spiega l’enorme evoluzione della nostra civiltà. Basta a definire l’essere umano? La storia ha fatto balzi per grandi figure di innovatori. L’uomo è un grande innovatore: “l’uomo è la capacità di essere un nuovo inizio” (S. Agostino).

 

Sembra che la libertà sia collegata a questa capacità di innovare, un’innovazione che non è semplicemente causale o funzionale. Gli animali si muovono per trovare cibo, camminano per sopravvivere; l’uomo si muove anche per danzare, per gesti gratuiti, inseguendo sogni di fantasia come il bambino o costruendo algoritmi astratti come l’adolescente.

 

La libertà si collega al sentire dell’uomo, soggetto “patico”, che soffre di limiti e degli urti della realtà. Sentiamo le cose come piacevoli o spiacevoli, avvertiamo emozioni di buona riuscita o di pericolo, ci strutturiamo secondo preferenze.

 

Siamo liberi perché vogliamo, agiamo, prendiamo iniziative, non semplicemente soggetti ad eventi esterni. Altra dimensione della vita personale dell’uomo è il pensiero: conosciamo e giudichiamo, godendo dei nostri pensieri e delle nostre elucubrazioni.

 

Severino Boezio ha voluto sintetizzare queste capacità nel concetto di persona: sostanza individuale di natura razionale (rationalis naturae individua substantia). In quanto individuo razionale l’uomo è libero e responsabile, libero di peccare, accusabile se viola la legge, capace di agire per emozioni e ragioni, cedevole all’istinto o rispondente al vero. L’idea di individuo di Boezio sottolinea il proprio di ciascuno. La persona non è una generica etichetta applicabile ad una moltitudine, una fotocopia riproducibile a piacere. E’ piuttosto la particolarità di ciascuno, il proprio autentico (haecceitas) che caratterizza ogni uomo, che ognuno im-persona, in-carna, in-scena a suo modo.

 

Componente dell’individualità è la libertà, ciascuno facendo cose diverse, chi il musicista, chi il filosofo, nell’amore come nella religione o in politica.

 

La libertà è un agire senza costrizioni, come si proclamò con la Rivoluzione francese, l’essere non più sotto tutela. La libertà si spostò poi sui contenuti: capacità di determinarsi, in che condizioni, con quali limiti? Il libero arbitrio non scioglie da cause o motivazioni. Amo Bach e perciò vado a sentirlo in un concerto. D’altronde diverso è scivolare su una buccia di banana e andare a dormire perché si è stanchi. Si parla in questo caso di motivazione, in quanto non legata a una catena meccanica. L’azione richiede un consenso, consegue alla decisione. Le azioni costituiscono il tessuto della nostra vita ma non sono concatenazioni, pezzi accostati.

 

La libertà forma la nostra individualità. Decidere è iniziare. Decido confermando o dissentendo rispetto a un progetto, a una domanda. La scelta può essere sofferta, coinvolge sempre l’io. Dipende dalla situazione, dai momenti. Diverse sono le scelte di gioventù rispetto a quelle dell’età adulta, più radicali le prime, a corto raggio le seconde. Le decisioni emergono in vista di un futuro possibile e si snodano da una storia passata. L’io è come il cursore che si ferma su una parola. Mi costituisco in base alla decisione. Le mie azioni a volte sembrano senza spiegazione, gratuite, come momenti di grazia dell’artista che crea senza ben capire come e perché. Pensiamo all’iceberg che sotto nasconde molto di più. “C’è in noi un non so che di armonico” diceva Leibniz. Iniziamo, progettiamo, siamo “originaria origine in movimento”.

 

La libertà ritorna nel dibattito contemporaneo. La persona non è una macchina biologica. Non siamo individui composti di parti estranee. Ogni nostro momento si lega a quello precedente e anticipa il dopo e così costituiamo l’identità, la nostra vita vissuta. Siamo esseri nel tempo, vita pensante, insieme di sensi, alla ricerca di un sempre nuovo senso.

 

A cura di Mauro Malighetti

Elio Franzini

LIBERTA’ E NECESSITA’ NEL PENSIERO MODERNO

16 marzo 2021

Elio Franzini

Elio Franzini

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Libertà e necessità, due temi venuti in auge nella modernità, oggi un po’ offuscati. La libertà che è valore eminentemente umano si declina come capacità di fare e come assenza di costrizioni. La necessità è qualcosa che si pone come legge al di sopra della volontà dell’uomo. Può essere divina e benevola Provvidenza in una visione teologica, oppure implacabile e dura Natura come la considera Leopardi, cui tenta di opporsi con propositi di poesia e bellezza nell’immagine della ginestra sulle falde del Vesuvio che ingentilisce e profuma il deserto attorno.

 

La filosofia moderna nasce da un atto di libertà. L’uomo di Cartesio si afferma in quanto essere pensante, sostanza spirituale, di contro alla realtà materiale. Cogito ergo sum, mi affermo pensando; guardo il mondo, lo determino e trovo un senso. Ma perché il pensare sia costruttivo deve avere un metodo. Non va lasciato vagare. E’ una libertà che va regolata. Sotto il controllo della ragione io sarò capace di costruire un orizzonte di senso.

 

Alla parola latina libertas è riconducibile l’idea di bene. L’uomo è libero se persegue il suo bene fino in fondo, capace di esercitare la propria coscienza, responsabile delle proprie azioni. Ne dà una limpida testimonianza Piero Martinetti, uno dei pochissimi docenti che rifiutò di giurare allo Stato fascista che avrebbe vincolato la sua libertà di pensare. Gli costò la cattedra di docente universitario.

 

Cartesio deve però fare i conti con la propria visione metafisica sull’uomo oscillante tra libertà assoluta e i vincoli che il corpo pone. L’uomo è intelletto, conoscenza, anima, res cogitans; ma anche corpo, passioni, pulsioni, materia, res extensa. Il pensiero riconduce l’uomo in cielo, a Dio; il corpo lo riporta in terra, all’inesorabile morte. L’uomo è libero in quanto possessore di un attributo divino ma è pure necessitato dalla costrizione del corpo. La nostra è una lotta tra la libertà della ragione e le indomabili passioni. Tra l’anelito alla libertà assoluta e la necessità del corpo meccanico resta un irrisolvibile conflitto. Il limite del corpo ferma il desiderio di assolutezza dell’uomo. Cartesio resta bloccato nella stessa dicotomia, anima e corpo, che c’era nella filosofia di Platone e di Agostino.

 

Risolve il dualismo Spinoza, a modo suo. Tutto è unico corpo, unica sostanza, Deus sive Natura, con infiniti attributi di cui noi conosciamo soltanto, perché ci costituiscono, il pensiero e il corpo. Non esiste libertà ma solo necessità. Domina la Natura con le sue rigide leggi. Se l’uomo non può liberarsi da questa catena può assecondare la propria natura esercitando l’intelletto. Vedendo in verità, mi libero dalla coercizione e sono libero.

 

Sia con Cartesio che con Spinoza restiamo nel campo della metafisica, qualcosa che va al di là della nostra esperienza. Kant pone il problema in modo nuovo, parla di autonomia ed eteronomia. L’uomo è soggetto autonomo cioè capace di darsi una legge come dovere morale; è eteronomo perché vincolato al mondo fenomenico, alle cose. Davanti al mondo io posso cercare le leggi fisiche che lo governano e mi governano, oppure vederne una finalità, un senso morale o estetico, contemplarlo. “Due cose mi riempiono di ammirazione, il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”.

 

Dino Formaggio (La fenomenologia della tecnica artistica, 1953) fa l’esempio dell’artista che crede di essere libero nello scolpire la statua, preso dal suo progetto; poi si accorge della durezza del marmo, delle venature, del colore, della materia, insomma di tante cose che lo condizionano.

 

Il pensiero contemporaneo si avvale di un nuovo concetto, quello di modalità. Oltre la relazione di necessità che noi abbiamo con il mondo o quello di adeguamento c’è quello della possibilità o modalità. Si tratta di un dialogo di cui il soggetto si arricchisce e nel quale emergono le sue potenzialità. Con la nostra intelligenza e la nostra abilità possiamo far risaltare qualcosa che c’è in noi e nella materia che abbiamo davanti. In qualche modo noi siamo creatori della nostra esistenza.

 

A cura di Mauro Malighetti

Massimo Cacciari

CHE SIGNIFICA LIBERTA’?

9 marzo 2021

Massimo Cacciari

Massimo Cacciari

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Ancora ci interroghiamo sulla libertà? Non ci viene forse dal senso comune la certezza di essere liberi? Ma la filosofia ci insegna a non dare niente per acquisito e continua a discutere sapendo che non è facile approdare a conclusioni condivise.

 

Il principio dell’indagine sulla natura è conoscere secondo causa ed effetto, scire per causas. Funziona anche nella scienza: ogni cosa ha una causa, tutto si muove in un mondo di cause. Parlare di cause significa entrare nel circolo delle determinazioni dove non c’è libertà.

 

Eppure l’uomo si sente un’eccezione. Tra cose e esseri viventi noi siamo speciali. Dotati di intelligenza sventoliamo la nostra libertà. L’uomo è essere spirituale, tra gli enti il più inquieto, che sfugge alla legge della causalità dominante l’universo.

 

Si obietta: ci crediamo liberi forse perché ignoriamo tutti i possibili condizionamenti. Conoscendoli tutti, ci accorgeremmo di essere determinati, obbligati ad agire in quel modo. L’azione nostra è legata a un groviglio di cause, impossibili da conoscere ma dipendiamo sempre da cause. La discussione prosegue. La libertà si sposta sulla volontà: siamo liberi perché vogliamo. Al che si controbatte dicendo che la volontà è sempre determinata, mira ad una cosa e perciò non è libera. Se poi per libertà si intende volontà di vita, voler vivere, questo è di tutti gli esseri, anche della pulce che salta di qua e di là. Sì! ma l’uomo vuole essere libero, non vuole farsi condizionare. E il dibattito potrebbe continuare.

 

Come ha parlato della libertà la tradizione occidentale?

 

Dante (Paradiso V, 19-24) la vede come dono della “larghezza” di Dio. L’uomo è “a Sua bontate” conformato, fatto “creatura intelligente”. La libertà, “ch’egli più apprezza”, non è per influssi celesti o cause naturali ma è dono piovuto dall’Alto, directe a Deo.

 

Il tema della libertà è ripreso ancora a metà del percorso dantesco, nell’incontro con Marco Lombardo (Purgatorio XVI). “Lo mondo è cieco e tu vien ben da lui” e ti comporti “pur come se tutto movesse seco necessitate”. Dio “lume v’ha dato a bene e a malizia e libero voler” e “se il mondo presente disvia, in voi è la cagione”. Per Dante la libertà, “ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta”, è l’idea cristiana di libertà: dal male ci deve liberare.

 

Altra prospettiva e contrapposta è quella di Spinoza. La sua è una via deterministica. Ogni cosa agisce in virtù della necessità della sua natura. La libertà sta nella necessità. Tutto ciò che è, è così secondo natura. L’uomo con la propria intelligenza non fa eccezione. Se la pietra che cade dalla rupe potesse pensare, anch’essa potrebbe figurarsi di cadere di propria volontà. All’uomo spetta il compito di conoscere, capire la realtà e adeguarsi. Se noi vediamo le cose come possibili e non come determinate è per la nostra limitatezza; quando le conosciamo adeguatamente ci appaiono come sono, necessarie. Conoscendole abbiamo la possibilità di governarle. Venendo a sapere le cause delle nostre passioni non ne rimaniamo schiavi. Conoscendo ci liberiamo e finiamo per amare la causa necessitante. Spinoza parla di amor intellectualis Dei che è accettazione della Natura.

 

Amore è la parola che Dante ci consegna a conclusione della Commedia, ”amor che muove il sole e l’altre stelle”, amore di Dio. Dio ci dona la libertà come frutto d’amore da ridonare. Bloccato nella selva oscura e impedito dalla bramosa lupa, è stato costretto al faticoso cammino tra le fredde passioni umane per giungere alla salvezza, dono di Dio, dono del suo amore. Questo dono va accolto con responsabilità per costruire una nuova terra, la stessa che Spinoza vede insozzata di malizia e inganni e che l’uomo può purificare con la ragione.

 

Da una prospettiva diversa e distante sogna come Dante il Paradiso in terra. In comune hanno la stessa tensione morale: pregando e lottando purché la terra diventi Paradiso.

 

A cura di Mauro Malighetti

Linda Napolitano

CURA SOCRATICA DI SE’ COME ESERCIZIO DI LIBERTA’ E BENESSERE DELLA POLIS

2 marzo 2021

Linda Napolitano

Linda Napolitano

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Il poeta latino Caio Igino narra della dea Cura che attraversando un fiume e vedendo della creta si mette a modellarla. Interviene Giove che ha il potere di infonderle lo spirito. I due poi discutono sul nome da dare. Interviene la dea Terra che reclama il suo diritto, dato che sua è la materia. Saturno, chiamato a dare il suo parere così sentenzia: a Giove lo spirito tornerà dopo morte così come il corpo alla dea Terra, in vita sarà Cura a possedere la creatura e homo sarà detto perché tratto da humus.

 

La favola è riscoperta da Heidegger secondo una sua chiave interpretativa. L’inquietudine accompagna la vita dell’uomo (Dasein). La cura (Sorge) è la sua modalità di vivere: come essere fragile ed esposto ha bisogno delle cose (Besorgen) e la cura deve essere il suo atteggiamento verso le cose e gli altri (Fürsorge).

 

Noi viviamo in una cultura della terapia: ogni disagio è inteso come male da riparare, anche per il normale evolvere della vita, dalla mestruazione all’invecchiamento. Prigionieri delle nostre incapacità. La pandemia mette in luce le crepe del nostro benessere, interconnessi ma senza solidarietà (Edgar Morin, Cambiamo strada). Preoccupati del corpo manchiamo nella cura dell’anima: “Non dovresti curare gli occhi senza curare la testa, la testa senza curare il corpo. Così anche non dovresti curare il corpo senza curare l’anima” (Platone, Carmide).

 

La cura che previene e fa fiorire è il dialogo. Ancora Socrate (Apologia): “Finché avrò respiro non smetterò di far filosofia dicendo ciò che sempre vado ripetendo. Perché darti cura delle ricchezze e fama e onori e non invece della saggezza e della verità?” “Non me ne andrò ma continuerò a interrogare, a esaminare, a confutare; lo farò con chiunque, giovane o anziano, straniero o cittadino”.

 

Abbiamo bisogno di confronti lucidi, sereni, pacati, che sappiano andare oltre i facili slogan o gli interessi del momento, che promuovano fiducia nelle proprie e altrui possibilità, capaci di tener conto delle emozioni e non di esserne travolti”.

 

E’ sorprendente e consolante che in tempo di pandemia si siano moltiplicati incontri e confronti che hanno imitato questo modello educativo già prospettato dai filosofi greci. Fu, e lo è ancora, vera scuola di democrazia.

 

Nel famoso dipinto della Scuola di Atene Alcibiade è mostrato in dialogo con Socrate. E’ giovane, elegante, con elmo e corazza, sul punto di entrare nell’agone politico che per lui avrà una conclusione tragica. Sembra di sentire gli ammonimenti di Socrate: “Chi non conosce le cose che a lui appartengono non può conoscere neppure quelle che appartengono ad altri”. “Così il politico o l’amministratore della casa incorrerà in errori e agirà male” (Platone, Alcibiade). Non ci si prende cura degli altri se prima non si ha cura di se stessi.

 

Non basta. Occorre tendere alla verità. Alla fine dopo tanta fatica si perviene alla conoscenza (nòesis), all’illuminazione, al momento speciale della comprensione. Lo dice Platone nella VII Lettera che è anche il suo testamento spirituale: “Dopo molte discussioni, con fatica sfregando nomi, definizioni, visioni, sensazioni, confronti benevoli, in domande e risposte, d’improvviso, come luce che si accenda allo scoccare di una scintilla, nasce dall’anima e risplende quella conoscenza e comprensione della realtà al massimo possibile, cui tende la capacità dell’uomo”.

 

Non è possibile senza una vera comunanza di vita, è invece accessibile attraverso il dialogo e la condivisione. Non il virus dobbiamo temere ma l’assenza di questa comune tensione morale.

 

A cura di Mauro Malighetti

Giuseppe Girgenti

ELEUTHERIA NELL’ATENE CLASSICA. UNA CONDIZIONE POLITICA PRIMA CHE ETICA

23 Febbraio 2021

Giuseppe Girgenti

Giuseppe Girgenti

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Noi occidentali siamo abituati ad una libertà come fatto individuale. Ci reputiamo esseri razionali responsabili delle nostre azioni.ù


Per i Greci la libertà (eleutherìa) è soprattutto una condizione politica; dipende dalla polis. Gli Ateniesi si sentono liberi perché non sono schiavi (doùloi) di nessuna signoria. Erodoto racconta delle conquiste e dominazioni dei vari popoli, dagli Assiri ai Persiani. Atene si è affrancata da qualsiasi giogo (despoté).


Ne parla Platone nelle Leggi. La polis greca è una città-Stato, in un orizzonte politico che le consente di essere padrona del proprio destino. La libertà non è condizione originaria dell’essere uomo; è un acquisto. I Greci l’hanno conquistata al prezzo di sofferenze e di lotte.


Aristotele ha consultato l’atto fondante della democrazia ateniese, la Costituzione di Solone (VI sec. a.C.) come ha raccolto (Scritti politici, Rubettino) e messo a confronto molte costituzioni delle città greche, almeno 148, e di altre città limitrofe. Rileva le diverse forme di costituzione: quella democratica dove comanda il popolo, aristocratica dove si punta alla virtù (aretè), l’oligarchica o governo dei pochi, la plutocratica i cui governanti sono i ricchi. In ogni forma di governo c’è il rischio della prevaricazione. Si tratta di arrivare ad una sorta di equilibrio, un punto che smussi le differenze.


La Costituzione ateniese parla della libertà che ha fondamento nella legge (nòmos). La regola è garanzia contro la prevaricazione. Tutti nella città sono uguali perché la legge riguarda tutti. Ciò non toglie che non si verifichino condizioni di fatto diverse: accanto alla condizione del cittadino libero c’è chi è ridotto in schiavitù per debiti o come bottino di guerra. La disuguaglianza nasce dal censo. Non tutti offrono le stesse garanzie per la difesa della città; i ricchi mettono più mezzi a disposizione, conseguentemente hanno più diritti.


Sparta presenta un altro modello di polis: un gruppo domina, la maggioranza degli iloti sono servi, tenuti con la forza. Vige l’uguaglianza tra gli spartiati dominatori. In comune hanno le donne e i figli; possiedono parti uguali di terra; è proibito l’oro e l’accumulo di ricchezza. La vita pubblica di Atene segue regole più democratiche. C’è libertà di parola in assemblea (ekklesìa), per cui conta la retorica, il ben parlare. Le questioni sono decise per maggioranza. Spesso la libertà degenera in arroganza, la libertà di dire tutto (parresìa). Altre volte può essere un atto di coraggio, un gesto di protesta contro la tirannia. I cinici la usavano per scandalizzare contro le istituzioni svuotate di senso. Si racconta di Diogene che per richiamare a valori più importanti non si vergognasse a soddisfare i suoi bisogni naturali in pubblico e a rivolgere parole irriverenti verso i suoi concittadini.


La scelta di libertà di Atene non fu la stessa per tutto il mondo greco; c’erano città che avevano preferito la sicurezza offerta dall’impero persiano. Circa il quesito se la schiavitù sia qualcosa di naturale (katà fusis) o contro natura (parà fusis) Aristotele osserva che alcuni popoli per natura sono più forti, altri più deboli e predisposti alla sottomissione. Nella famiglia la donna è inferiore all’uomo e il suo posto è nella casa (oikòs). Non vige la libertà dei figli nella famiglia patriarcale greca.


Paradossalmente Alessandro Magno, allievo di Aristotele, quasi contraddicendo l’insegnamento del maestro, spazzò via tante distinzioni e annullò le differenze di popoli, lingue (koiné), religioni, culture, tradizioni. Creò la base del cosmopolitismo ellenistico. Con l’Impero di Alessandro l’uomo greco perse la sua libertà politica. L’allargamento della cittadinanza svuotò di senso le libertà della polis.


L’uomo greco ripiegò su una diversa libertà, quella interiore. Gli stoici rivendicheranno una dignità dell’uomo garantita dalla ragione (logos), gli epicurei predicheranno una nuova comunanza, quella degli amici. Nacque un nuovo senso del mondo: gli atomisti spiegheranno che non più il destino segna gli avvenimenti ma il caso, come casualmente si muovono gli atomi.


Altra visione è la nostra rispetto a quella di Aristotele, come altri i temi con cui oggi ci confrontiamo, basti pensare al tema della cittadinanza. Resta la vitalità di quel pensiero. Il Cristianesimo ha fatto suo il senso greco di libertà interiore: “Noi non siamo più schiavi ma tutti figli di Dio” “vi ho chiamato amici perché vi ho detto tutte le cose del Padre mio”.

 

A cura di Mauro Malighetti

Telmo Pievani

PANDEMIA E LIBERTA’: IL RUOLO DELLA FILOSOFIA

19 Febbraio 2021

Telmo Pievani

Telmo Pievani

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A un anno di distanza dallo scoppio della pandemia è utile interrogarsi perché ci siamo trovati impreparati e, nonostante i segnali, perché non abbiamo predisposto piani adeguati. Si parla di varianti e ci sorprendiamo, eppure era normale succedesse. Il coronavirus muta secondo una legge insita nell’essere vivente. La mutazione è il motore del cambiamento e dell’evoluzione. I virus sono macchine biologiche perfette, collaudate dall’origine della vita. Mutano mille volte più velocemente di un mammifero e la loro propagazione agevola il mutamento. E’ il vantaggio che il virus cerca: si duplica e trova strade sempre nuove. Il suo scopo non è uccidere ma insediarsi.

 

Gli organismi predispongono le difese. Il sistema immunitario blocca i virus. Questi si mimetizzano, imparano a convivere senza far troppo male. I pipistrelli li hanno da 65 milioni di anni, l’uomo è l’ultimo arrivato.

 

Ora li studiamo, facciamo alberi genealogici, li confrontiamo, ne riconosciamo i ceppi, le varianti, le sotto varianti. A Napoli ne hanno scoperta una tre giorni fa. Siamo impazienti né possiamo aspettare che il nostro organismo trovi naturalmente le sue difese. Troppi sono i morti.

 

Può succedere come per gli antibiotici: i batteri diventano resistenti. La paura è che il vaccino non sia efficace, che il virus sfugga alla morsa del vaccino (selective escape). Come succedeva alla Regina rossa, la strana creatura che Alice incontra nel paese della meraviglie. “Perché corro?” risponde la Regina “Il mondo si muove e io per sembrare ferma devo muovermi”. Tutti corrono per adattarsi, noi con il vaccino e il virus per sfuggire al vaccino.

 

Si sono approntati vaccini che agiscono su RNA; il metodo ha funzionato per i tumori. Il lavoro richiede immaginazione e forti investimenti. In meno di un anno si sono approntati vaccini che prima avrebbero richiesto anni. Non basta! occorre insieme monitorare la pandemia, tenerla sotto controllo, osservare le modalità del contagio, prevedere gli sviluppi preoccupanti.

 

Ci sono le strozzature della politica e del mercato. Poche aziende sono in grado di produrre il vaccino e il potere politico dipende da loro: questo non dovrebbe succedere essendoci di mezzo il bene comune della salute. Si doveva calcolare meglio, stipulare contratti salvaguardando libertà d’impresa e interesse pubblico. Negli Usa c’è il Protective action criteria (Pac): il Presidente è in grado di prendere subito i provvedimenti legislativi necessari in caso di eventi che mettano a repentaglio l’incolumità pubblica.

 

Le pandemie sono diventate più violente negli ultimi venti anni. Si sono aggravati i fattori di rischio: aumento demografico, accelerate comunicazioni, grandi agglomerati urbani, deforestazione e riscaldamento globale. A ciò si aggiungono le disastrose condizioni igieniche in cui versano molte popolazioni e il commercio degli animali esotici.

 

Qui si collegano pandemia e libertà. Occorre uscire dallo stupore e passare dall’analisi ad azioni coerenti. Si è gridato da troppe parti contro la libertà vilipesa, le precauzioni eccessive, le ripetute restrizioni, i pesanti divieti, dal no alle mascherine al no ai lockdown.

 

Rileggiamo i maestri che parlano di libertà: Locke, Stuart Mill, Popper, il nostro Giorello. La nostra libertà trova il limite nella libertà degli altri. Non deve trasformarsi in dittatura sugli altri. Non c’è libertà senza giustizia. Camus nel suo romanzo (La peste) racconta del contagio come una situazione di pericolo dove l’indifferenza e l’egoismo diventano alleati del morbo. La libertà può essere una minaccia per la vita degli altri.

 

Di questi tempi si avverte la fragilità culturale e scientifica della nostra società. Invece la scienza ci aiuta a capire quel che accade. La ricerca scientifica procede attraverso il libero confronto. La malattia colpisce in molti modi. Facciamo tesoro della filosofia. La filosofia richiede uno sforzo per distaccarci dalla situazione e non restarne schiacciati. Urge un pensiero riflessivo perché il presente si trasformi da uno stato di frustrazione e di calcolo di interessi ad un’azione di felice convivenza e che dia speranza a tutti.

 

A cura di Mauro Malighetti

Giuseppe Tognon

LIMITARE LA LIBERTA’? PERCHE’? COME?
PANDEMIA O DEMOCRAZIA

9 Febbraio 2021

Giuseppe Tognon

Giuseppe Tognon

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La pandemia in atto, e non ancora risolta, richiede uno sforzo di ripensamento. Pone domande e le risposte attese non devono essere trasformiste alla stregua dei politici di oggi, né solo impostate sulle precauzioni o le vaccinazioni. Meglio parlare di più pandemie che di una pandemia. I virus si modificano e mettono in luce gli aspetti sociali, igienici, ambientali, scoprono certe condizioni di salute o di comportamento pregresso, suscitando reazioni diverse secondo la psicologia, l’età, la condizione familiare degli individui. Si dovrebbe parlare di sin-domia, tante pandemie insieme.

 

Manifesta anzitutto un certo analfabetismo scientifico. In discussione è la democrazia che si è fatto strada attraverso lotte per affermare l’individuo, la comunità nazionale, i diritti sociali, le libertà, l’istruzione per tutti, e tuttavia resta ancora al palo dopo le tragiche esperienze dei totalitarismi del ‘900.Troppe ancora le differenze, anche tra popoli, troppi fraintendimenti o falsificazioni, atteggiamenti poco critici per non dire magici verso la scienza.

 

La pandemia mette in discussione il nostro modello educativo, la scuola troppo burocratica e allergica a giudizi di merito, che non riconosce chi si impegna e tutto livella, alunni e professori.

 

Dobbiamo tornare a riflettere. La pandemia ha creato discussioni e espresso divisioni nella stessa Chiesa. Alcuni vescovi hanno gridato allo scandalo delle chiese chiuse, fedeli rimasti senza riti, senza sacramenti. Altri credenti, e il Papa stesso, hanno accettato i consigli degli esperti, pensando alle disastrose conseguenze che comportamenti libertari potevano causare sulle fasce deboli del tessuto sociale.

 

Ci sono stati dibattiti tra gli stessi filosofi. Agamben si è fatto paladino di chi vedeva un complotto nell’azione politica antipandemica, uno strisciante moto repressivo, un rigurgito di autoritarismo contro il libero pensiero. Riprendeva una visione cara a Foucault dell’autoritarismo che fa leva sulla repressione del corpo, che emargina certi individui nelle manifestazioni del corpo, si chiamino omosessuali, carcerati, drogati, prostitute, malati, matti, lavoratori, e ribelli in genere. Il potere sui corpi esprimeva il controllo che il capitalismo poneva sul vivere sociale perché le pulsioni come le ribellioni mettevano in discussione l’ordine stabilito.

 

C’è un’altra visione, più positiva. Parte sempre dalla nuova visione del corpo emersa nella filosofia del ‘900: noi siamo esseri corporei, il rapporto con il corpo ci definisce, l’uomo è essere gettato nel mondo, essere per la morte, consapevole e responsabile con l’altro. Sotto ci sta l’idea di comunità che viene dalla radice com-munitas. Il munus è l’imposta, il peso da portare, ma significa pure dono. Immunitas è una protezione negativa, una condizione che nega e riduce. Communitas è vivere nella responsabilità verso gli altri. Il reciproco obbligo si può vivere come dono. Si restituisce quel che abbiamo ricevuto. La comunità sviluppa una forza che ci toglie dall’isolamento, accantona i privilegi, preserva e dà sicurezza. Non il privilegio egoistico dell’immunizzazione ma la fertile condivisione della vita.

 

La società ha bisogno di un sistema immunitario vero per tutti, che non sia settoriale, che faccia esprimere i diversi doni. La pandemia deve essere un’occasione per rimuovere le nostre pigrizie mentali e comportamentali che in tanti modi tiene bloccata la nostra democrazia. Ci vuole un’immunità civile che apra a nuove libertà fisiche e spirituali. Nessuno è un’isola, non ci si salva da soli. Abbiamo constatato in questa pandemia quanto ci è stato di vantaggio essere in uno Stato, con le sue protezioni e le sue regole, avvalendosi di un servizio sanitario che non è di tutti nel mondo.

 

Ripensiamo la libertà, oltre i desideri. Si costruisce con la partecipazione di tutti. E’ una ricerca che si allarga in vari spazi, ha tante occasioni per esercitarsi, richiede continui sforzi, spinge a difficili adeguamenti. Oggi più che mai siamo chiamati ad uno sguardo di attenzione su una realtà che così velocemente cambia. Senza il suo munus, la società, e con essa la nostra libertà, non avrà futuro.

 

A cura di Mauro Malighetti

Marcello Ghilardi

ESPORSI ALLA LIBERTA’

2 Febbraio 2021

Marcello Ghilardi

Marcello Ghilardi

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Altro termine greco per libertà è exousìa o libertà di scelta. Libertà di fare quello che voglio o libertà tenendo conto delle condizioni in cui operare?

 

In tale doppia sfaccettatura si muovono le tradizioni occidentali e orientali. La tradizione cristiana ha accentuato l’aspetto della libertà interiore. Il cristiano non è di questo mondo, capace di vivere non semplicemente in funzione del proprio ambiente: “la verità vi farà liberi” (Lettera di Giacomo). A fronte della tradizione omerica dove si sottolinea che l’eroe è in balia delle decisioni degli dei. La modernità occidentale ha accentuato questo aspetto individuale della libertà.

 

La tradizione orientale (Tao) ha invece sottolineato la necessità dell’accordo con il mondo di cui si è parte. Nell’insieme l’uomo è libero, microcosmo del macrocosmo. Non c’è nessun io solo (Mugà). Dobbiamo essere capaci di sciogliere l’io, guardarci dentro e agire al di fuori di una volontà di possesso.

 

Considerazioni che ritroviamo anche nel pensiero occidentale, meno marcate: non lo sguardo dal punto di vista del soggetto ma sub specie aeternitatis, in una visione trascendente. Noi siamo scintille del sole di cui siamo parte (Schelling) e chiusi nella nostra singolarità, rischiamo di dimenticare i legami che ci fanno vivere.

 

L’uccello è libero? Non è vero, dice E. Jabès, è libero il fiore che si apre poco per volta, come il nostro risveglio. Si è liberi accettando il mondo in cui si cresce, imparando a esporci al sole che ci riscalda, senza pretendere di possederlo (Il libro delle interrogazioni). Così i nostri atti hanno un senso.

 

Saggio è chi dice sì a ciò che accade. La colomba che volando avverte l’attrito dell’aria crede che senza di essa sarebbe meglio per lei. Siamo esposti alla vita, come bimbi abbandonati. Non dobbiamo resistere o ritrarci. Semplicemente abbandonandoci acquistiamo senso e armonia, senza pretendere di distinguerci, come l’onda manifesta l’oceano di cui è parte, come il punto manifesta la circonferenza se sta in rapporto al centro. Se vogliamo essere liberi lo siamo secondo l’essere delle cose.

 

Accettando la vita contribuiamo all’accadere di Dio (N. Cusano). “Si deve amare la vita con tale generosità, senza calcoli o preferenze, cosicché quasi senza volerlo, ci si trovi a includere in questo amore anche la morte” (Rilke a Margot, 1923). Da questa interrelazione universale nascono diritto e legge. Il bene degli altri condiziona il mio, un’umanità divisa danneggia me individuo. La famiglia che accoglie apre e arricchisce l’individuo. La libertà degli altri mi rende più libero.

 

Siamo l’io relazionato al non-io e oltre c’è lo sfondo in cui si opera. Ci aggrappiamo a questioni che risultano minuscole rispetto all’infinito che davanti si apre. Noi siamo frammenti di un universo smisurato. Se chiudiamo l’orizzonte non ci diamo all’e-venire del mondo.

 

Perdersi per ritrovarsi, secondo la parola evangelica, altrimenti “chi ama la propria vita la perderà” (Giovanni 12,20). Ci sentiamo protetti nei nostri dogmatismi, come i muri sembrano rassicurarci o godiamo alla vista del fiume che scorre tranquillo nel suo alveo. Finiamo per essere dei sonnambuli, automi, ingranaggi di un meccanismo governato da altri. Solo uscendo dalla monotonia del quotidiano incontriamo la vita che ci viene incontro inaspettatamente.

 

Il lavoro filosofico è un esercizio di ascesi, richiede la continua pulizia del linguaggio e fare trasparenza nei nostri atteggiamenti. E’ una libertà più ampia che arriva a dire sì anche al negativo. Sa vedere un significato oltre il dolore: “riuscire a farsi più ampio da accogliere anche quello che non vorrei” (Nietzsche). Il monaco buddista non impreca a chi lo uccide ma china il capo, come il giunco davanti al vento impetuoso. Non è cedere al fatalismo ma è consapevolezza del reale.

 

La stessa consapevolezza ispirava i versi di Blake: “Vedere il mondo in un granello di sabbia e un cielo in un fiore selvatico, tenere l’infinito nel cavo della mano e l’eternità in un’ora”. Una goccia di rugiada contiene il riflesso della luna quanto l’oceano.

 

A cura di Mauro Malighetti

Vittorio Luigi Castellazzi, Università Lumsa Roma

LIBERARE IL DESIDERIO:
DESIDERANTI O DESIDERATI

26 Gennaio 2021

Vittorio Luigi Castellazzi

Vittorio Luigi Castellazzi

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Per Lacan l’essenza dell’uomo sta nel desiderare. Il desiderio vero è depositario di creatività. Quando rimuoviamo il desiderio abdichiamo alla nostra identità (Freud). Siamo aperti al desiderio pur nell’impossibilità del suo totale appagamento.

 

L’io è pure oggetto di desiderio e si adatta alle aspettative degli altri. Non deve appiattirsi sul riconoscimento degli altri. Quando il bambino vive in un contesto familiare rigido, sotto la minaccia di castighi, addirittura al ricatto degli affetti - “se non fai come ti dico mi fai morire” - si sente impotente, dubita di sé, incerto nel pensare e nell’agire. Cresce una persona che ha paura dei propri desideri. Per opportunismo cessa di ascoltare il proprio mondo interiore. Per non soffrire non vive. Dedito alle cose temporali, bravo marito, stimato in società, a furia di scimmiottare gli altri non trova più l’io dentro di sé (Kierkegaard).

 

Si tratta invece di costruire un equilibrio, di essere fedeli al desiderio senza perdere il contatto con gli altri, rinunciando alle pulsioni per una sicurezza comune.

 

Il neonato è soddisfatto nei suoi desideri e trova subito pronto il seno materno. Si sente onnipotente. Nella fase dello svezzamento viene educato al piacere procrastinato. Incomincia a rendersi conto dell’alterità, del non io. Deve essere aiutato e certe separazioni sono traumatiche. La scoperta del padre apre un’altra fase per ridimensionare i propri desideri. E’ una rinuncia dolorosa al rapporto esclusivo con la madre ma anche l’inizio della libertà. L’attenzione si sposta sul fuori, il desiderio si apre per altri desideri. Si potrebbe dire: è la nascita del pluralismo.

 

La legge del padre definisce la legge (Lacan). Per una convivenza è necessaria la rinuncia ai desideri senza limiti. Il super-Io è necessario (Freud). Cosa pensare dell’attuale evaporazione della figura paterna? Non si corre il rischio di pericolosi comportamenti antisociali? Educare senza i no, togliere qualsiasi barriera e impedimento non rende fragili i nostri figli? La giovane generazione che uscirà dalla pandemia sembra ben diversa da quella del primo dopoguerra; allora era preparata alle fatiche e ai sacrifici, quella attuale è troppo abituata alla soddisfazione immediata e spinta ad uno sterile narcisismo.

 

Viviamo in un tipo di convivenza sociale psicopatica, nella vertigine del godimento e conseguente assenza di freni, senza sensi di colpa e con preoccupante mancanza di responsabilità. Come fu per la generazione del ’68, presa dall’utopia di cambiare il mondo, è rimasta travolta nell’immediatezza dei beni da godere. “Le nuove generazioni non sentono la mancanza della mancanza” (Lacan). Non c’è desiderio autentico senza una distanza da colmare. Se tutto si può il desiderio muore.

 

La cultura di oggi non promuove l’attesa, non sopporta lo scarto tra desiderio e soddisfazione. Lo diceva già Kafka: “i peccati del nostro tempo? impazienza e inerzia; a causa dell’impazienza siamo cacciati dal paradiso, l’inerzia ci impedisce di tornare”. Siamo prigionieri di brevi e mutevoli progetti a corto raggio. Ci mascheriamo dietro il pretesto di una società che non dà prospettive. Dallo psicanalista si trovano anche quelli che hanno un lavoro sicuro. La cultura degli eccessi provoca ansia, dipendenze, depressioni. Per superare i nostri limiti si rincorrono i miti del cibo, di bevande, di stupefacenti e gadget vari.

 

Si è parlato di società liquida, senza rigidità e leggi. Questa società abbraccia facilmente sicurezze illusorie, è pronta all’ascolto di ciarlatani che diventano leader dispotici. Anziché essere soggetti desideranti noi diventiamo oggetti desiderati, ovverossia manipolati.

 

La tecnica non ci aiuta ad essere imprenditori di noi stessi, tende a plasmarci. Siamo affamati di merci: “la merce è il nostro pane quotidiano” (Anders), comprare usare gettare, passando da un oggetto all’altro. Poi c’è la pubblicità che allarga i nostri desideri. Persuasori che si annidano dovunque ci svuotano del desiderio e del nostro “sé intimo”. Nemmeno i media ci aiutano a riflettere di questi tempi, sempre presi tra coronavirus e vaccini.

 

T. S. Eliot ci ammonisce: “non c’è vita più misera di quella che abbiamo perduto vivendo”. Ma Holderlin ci incoraggia: “Dov’è il pericolo, cresce anche il desiderio che ti salva”

 

A cura di Mauro Malighetti

Gianpaolo Ghilardi, Università Campus Biomedico Roma

LIBERTA’ AI TEMPI DEL BIT: INCONTRO O SCONTRO?

19 Gennaio 2021

Giampaolo Ghilardi

Gianpaolo Ghilardi

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La radice leud della parola libertà rimanda ad una condizione sciolta da vincoli: libero da catene, imposizioni o costrizioni di ogni sorta, fisiche e psicologiche, esteriori come il carcerato o interne come il vizioso. Non è mai impedimento assoluto stante la nostra possibilità di autodeterminarci. Resta sempre la facoltà di desiderare, vedere qualcosa di più di ciò che si ha davanti o ci si prospetta al momento, come allude la celebre tela del Viandante davanti al mare di nebbia di C. D. Friedrich: immaginare l’oltre. Certo restiamo determinati dalle leggi fisiche, legati ad un certo mondo, in un particolare momento storico.

Il mito platonico della caverna rimane esemplare nella descrizione del difficile processo di liberazione. Un uomo incatenato e bloccato nei movimenti, obbligato a vedere quel che il carceriere proietta, si forma una certa idea del mondo. Una volta liberato si rende conto della sua condizione di cattività, captivus o cattivo perché schiavo. Da quel momento inizia il cambiamento, la metanoia o conversione, che è dolorosa. Abituato al buio gli occhi sono accecati dalla luce del sole che invece è quello che ci fa vedere. Si abitua poco a poco e comincia a conoscere ciò che prima opinava. Sente la responsabilità di chi è nella grotta e torna per avvisarli. La discesa è altrettanto difficile, riabituarsi al buio e vincere l’ostinata convinzione dei fratelli prigionieri. Inutilmente come Socrate, anche lui messo a morte a bastonate. Amara conclusione di una verità che non paga.

Il messaggio è riproposto in chiave di fantascienza dal film Matrix in un colloquio che ricalca il dialogo di Gesù e Pilato sulla libertà. Si tratta di prendere una pillola rossa o quella blu, una che annega dubbi e ricerche, l’altra è scelta per capire cosa sta succedendo e di conseguenza chiama alla propria responsabilità.

 

Non c’è oggetto che colmi il nostro desiderio, de sidera dalle stelle. L’uomo è piantato sulla terra ma ha la testa in cielo. E’ imago Dei, immagine di Dio: Michelangelo ha saputo rendere con la celebre Creazione questo rapporto con l’Assoluto: con gli indici che si toccano la scintilla di Dio passa al primo uomo, risveglia e responsabilizza, l’uomo è costruttore del proprio destino.

 

Siamo agli inizi di un’ennesima rivoluzione. Dopo quella meccanica di Watt, l’inventore della macchina a vapore, quella elettrica di Volta, colui che dà identità e ordine a forze fino a quel momento oscure e ritenute magiche – il testo iconico resta Frankenstein di Mary Shelley – la terza rivoluzione è il momento dei transistor e dell’automazione. E’ come avere i mattoni di base della realtà. Dal bit informativo fatto di 0 e 1,
componiamo o scomponiamo a volontà informazioni e quindi oggetti. Finalmente con la quarta rivoluzione
siamo nella cosiddetta intelligenza artificiale.

Attraverso un salto tecnologico facciamo dialogare le cose tra loro: lo smart frigor ci ragguaglia su ciò che
manca, ci consiglia, magari ordina al negozio vicino o lontano secondo la celerità, la consegna, la qualità.
Algoritmi che si riaggiustano in progress. Siamo nell’analogico e si esplorano le possibilità. Il digitale ha scelte
chiuse, univoche, come il like o dilike; l’analogico è aperto, è una presa di distanza, riflette e valuta.
Tra l’essere di Parmenide che non sopporta il non essere, e l’essere di Eraclito sempre in divenire, è e non
è, c’è la strada indicata da Aristotele: l’essere è ma in molti modi, in parte è e in parte non è. Resta agganciato
all’esperienza senza perdere il rigore della razionalità. L’oggetto è uno ma non c’è predicato che lo esaurisca.
Siamo situati ma non condannati all’insensatezza del cambiamento. In un mondo che muta viviamo nella
continuità.


A cura di Mauro Malighetti

Stefano Biancu, Università Lumsa Roma

AUTORITA’ E LIBERTA’: RIPENSARE UN’ALTERNATIVA

12 Gennaio 2021

Stefano Biancu

Stefano Biancu

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I concetti di autorità e libertà sono da ripensare. C’è una visione che li appiattisce. Si vede la libertà in contrapposizione all’autorità: più c’è dell’una meno c’è dell’altra. Si aggiunga l’idea di libertà per tutti: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” (Dichiarazione dei Diritti dell’uomo votato all’ONU nel 1949). E si fraintende: la libertà è un valore che ci ritroviamo in tasca, bell’e confezionato. Importante come dichiarazione politica rischia di rimanere astratta. Va invece allargata nella concretezza dell’essere uomo.

 

Il XX Secolo ha segnato la crisi dell’autorità. Il secolo dei totalitarismi l’ha screditata. A partire dal nazismo che idolatrava l’autorità del Fuhrer. All’opposto i movimenti giovanili del ’68 hanno contestato ogni forma di autorità. Due mitologie, secondo il filosofo e logico Joseph Maria Bochenski (Introduzione alle logiche dell’autorità 1974).

 

Le radici di questa crisi vengono da lontano. Lutero si oppone alla mediazione ecclesiastica. La Bibbia, diventata accessibile a tutti con la stampa, è letta e interpretata dal credente senza intermediari. Unico mediatore è il Cristo. La scienza è contro le auctoritates. Galileo abbandona l’ipse dixit delle grandi autorità per una che va cercata e mostrata nell’esperienza. L’uomo moderno entra nell’agone politico, fuori dalle cappe di notabili e sovrani.

 

La riflessione sulla libertà e sull’autorità mette in luce l’aspetto della mediazione (G. Capograssi, Riflessioni sull’autorità e la sua crisi, 1921). L’autorità permette di accedere all’autentico di sé. Contro la visione spesso accreditata dell’immediatezza della politica che ritiene frustrante il frapporsi di qualsiasi ostacolo, l’autorità è sostegno nel nostro tendere alla verità. Non siamo padroni in casa nostra, siamo sempre in debito con altri. Siamo venuti al mondo senza averlo chiesto; altri hanno deciso per noi. Non abbiamo scelto noi di essere uomo o donna, dove, in che tempo e in quale famiglia nascere. Dentro noi portiamo voci con cui dobbiamo fare i conti.

 

La libertà non va vista solo sul piano politico dei diritti. La modernità ci ha abituati alla separazione di morale e religione. La religione era terreno di scontro e intolleranze, la morale era appiattita sul riconoscimento politico. La libertà non è solo un diritto ma anche un compito. La libertà è preziosa ma pesa. Scegliere è una responsabilità e ha delle conseguenze; è comodo fuggire.

 

La libertà è un dono che riceviamo e che lasciamo agli altri. Come l’amore si impara: amiamo liberamente se siamo stati amati liberamente. La libertà è una scuola: si va e si fa. La libertà facile, immediata, solo diritto è un’astrazione.

 

L’autorità si declina a diversi livelli e campi. C’è l’autorità del giudice, medico, professore, sacerdote, dello specialista in genere, e l’autorità del bambino che sa vedere quelle cose a cui non badiamo. Lui si stupisce, noi no, e il suo sguardo diventa autorevole. Anche il maestro impara dall’allievo. Restituisce a se stessi.

 

In un’epoca di rivoluzione tecnologica sono andate in crisi figure e istituzioni. Pensiamo ai partiti tradizionali o ai sindacati. Abituati alle amicizie con un click, siamo stati presi dall’illusione dell’immediatezza. Sembra non ci sia spazio per l’autorità ma è illusorio. Illusi da Internet che abbrevia le distanze, dalla pubblicità che vende una cosa per un’altra, un pacco di pasta o di biscotti per una famiglia felice.

 

L’autorità non è scomparsa. Si può presentare in forme nuove e subdole. Occorre ricuperare il giusto rapporto. Si è passati dalle tradizioni ai protocolli. Ci si è affidati a figure carismatiche che argomentano per acclamazioni e hanno come referente non l’individuo ma la massa. Altre forme di autorità per popoli fittizi.

 

La democrazia garantisce la libertà ma la presuppone pure: libertà di pensare per cittadini capaci di pensiero autonomo e critico. La libertà richiede un cammino faticoso e cura. E’ dono da rendere. Così potremo sanare una democrazia malata.

 


A cura di Mauro Malighetti

Maurizio Bettini, Università di Siena

LIBERTA’, SCHIAVITU’,
UMANITA’ NELLA CULTURA ANTICA

15 dicembre 2020

Maurizio Bettini

Maurizio Bettini

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Continuiamo a leggere i classici e a studiarli. Così i medievali trascrivevano Cicerone, Ovidio, Seneca; Poliziano scriveva epigrammi in greco. La scuola ci ha trasmesso ancora la lingua con la quale Virgilio parlava all’imperatore Augusto e gli leggeva il suo poema. La cultura classica è parte della nostra educazione, non per altri popoli.

 

Gli antichi greci e latini ci sono vicini ma con le dovute diversità. La loro religione non è più la nostra, loro politeisti noi monoteisti, noi esclusivisti e reduci da conflitti religiosi, loro pronti a riconoscere divinità nuove e straniere - le legioni romane portano a Roma i culti stranieri per Cibele o per Castore e Polluce - o a equipararle alle proprie, per cui Atena diventa Minerva.

 

Così è stato per il diritto, la famiglia, la morale. Gli antichi nostri maestri? Si, senza santificarli.

 

Abbiamo ereditato il diritto romano, come hanno evidenziato scoperte recenti. Le Istitutiones di Gaio sono state rinvenute in un palinsesto a metà dell’Ottocento. Sono la codificazione del diritto romano vigente nel II d. C. Leggendolo ci accorgiamo di somiglianze e di fratture rispetto al nostro diritto. Qui gli uomini sono divisi in liberi e schiavi, essendo la schiavitù un dato strutturale della società antica, lo schiavo considerato una cosa. Il latino liber (libero) ha la stessa radice del corrispondente greco eleuteròs ed indica la condizione di chi non è costretto e perciò ha i diritti del cittadino e di partecipare alla comunità. Il termine servus invece non ha termine equivalente nel greco (dulos). Probabile che venga dal nome di un popolo sottomesso, come il nostro “schiavo” che ci è giunto attraverso la popolazione degli slavi la cui sottomissione divenne proverbiale.

 

La parola barbaro è invenzione dei Greci, barbar colui che balbetta, usata in senso di scherno, parla in modo incomprensibile. Lo usa anche Seneca nei riguardi dell’imperatore Claudio, per ridicolizzarlo. Indicò poi chi è incivile, crudele, selvaggio. Euripide diceva che era giusto rendere schiavi quei popoli perché inferiori. Ma ci fu chi ne relativizzò il senso: “noi a volte ci rendiamo barbari con gli altri”. Inoltre il barbaro viene anche ammirato per la fierezza, il coraggio, la sua natura indomita. Poteva indicare semplicemente lo straniero.

 

I Latini per straniero non hanno una parola corrispondente alla nostra. Avevano altri termini come extraneus, peregrinus, advena, hostis. I Greci ritenevano barbari i Latini, li indicarono con la parola graecus anziché con ellenos come per lo più erano chiamati. La parola graecus nel linguaggio comune assume a volte un connotato negativo e forse i romani l’avevano ricavato da qualche particolare popolo dell’Epiro.

 

Roma ha il suo mito di fondazione nella storia di Enea. Si tratta di un fuggiasco alla ricerca di un luogo per stabilirsi e rinascere. Il discendente Romolo per la sua nuova città raccoglie gente da ogni parte. A loro offre asilum, un luogo di immunità. Ciascuno porta una zolla della sua terra che getta nella parte segnata e delimitata. Tutto viene rimescolato: si vuole creare un popolo nuovo. “La forza della nostra civiltà è essere mescolati”. L’imperatore Claudio quando nomina senatori gallici per contrastare il malumore insorto così giustifica la scelta: “anche noi siamo stati governati da Tarquinio l’etrusco, disprezzato in casa sua eppure re e saggio per noi”. I Romani lasciarono una porta aperta allo schiavo, una possibilità di emancipazione: poter essere liberato, diventare liberto e infine cives, cittadino, a tutti gli effetti.

 

Caracalla estenderà la cittadinanza a tutti quelli inclusi nell’Impero romano. I Romani svilupparono una cittadinanza esocentrica, capace di includere altri popoli che però erano stati soggiogati con la forza. A differenza delle città greche: la cittadinanza per gli Ateniesi non si dà ma si ha, solo il figlio di ateniesi può essere ateniese. Qui il mito di fondazione è la terra, su cui si nasce, si cresce e che è difesa. Somiglianze e differenze con gli antichi da ponderare e da cui imparare.

 


A cura di Mauro Malighetti

Giovanni Dal Covolo, Bergamo

RAFFAELLO SANZIO, LA SCUOLA DI ATENE

4 Dicembre 2020

Giovanni Dal Covolo

Giovanni Dal Covolo

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Figlio di Giovanni Santi, letterato e uomo della corte del signore di Urbino, Federico da Montefeltro, uno dei centri rinascimentali più vitali. Qui convogliarono artisti e letterati come Alberti, Piero della Francesca, Paulo Uccello, Pietro Bembo.

 

La mano di Raffaello, non ancora ventenne, e il suo genio sono già nel S. Sebastiano custodito alla Carrara. Il martire, protettore degli appestati in tempi di ricorrenti pandemie, non è più nudo e infilzato da frecce ma vestito, dal volto dolce, i capelli che scendono sulle spalle e dietro un cielo di aurora. Tiene in mano lo strumento del martirio quasi strale d’amore.

 

Va a Perugia e impara da due maestri, il Perugino e il Pinturicchio. Perugia era nell’orbita papale e allora era Papa Alessandro VI il Borgia, mecenate e amante delle arti e altro. Dal Perugino Raffaello prende l’elemento paesaggistico, il senso del verde, il cielo azzurro, tutto composto in armonia.

Come esempio del maestro è un’opera anch’essa custodita alla Carrara, la Natività. I personaggi sono disposti in semicerchio, Maria e Giuseppe in primo piano, li raccoglie l’elemento architettonico della palizzata, sullo sfondo, in linea con il neonato, il paesaggio ondulato e lo specchio d’acqua contornato dal verde. C’è la cura dei particolari come nell’Adorazione dei Magi della Chiesa dei Padri Serviti – ora alla Galleria Nazionale di Perugia - in cui i committenti Baglioni - famiglia dominante ma litigiosa e perciò presto in decadenza - sono rappresentati nei tre saggi orientali. Di questo periodo è l’opera di Raffaello custodita alla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, il Cristo benedicente (1504), la testa leggermente reclinata, il volto composto e dignitoso, un uso dello sfumato di sapore leonardesco.

A Siena Raffaello entra nella bottega del Pinturicchiopiccolo pittor – che nella pittura rivela le sue doti di miniaturista – Vasari lo definisce “ornamentale” - come nel suo capolavoro la Cappella Baglioni (1501) di Spello. Tutta decorata da scene della Storia di Maria e dell’infanzia di Gesù tra cui l’Annunciazione. La Madonna con accanto il leggio tiene la mano sul libro aperto e ha appena ricevuto il messaggio dell’Angelo. La scena si apre attraverso la geometria del pavimento e dell’arcata verso un paesaggio ricco di dettagli e l’occhio dello spettatore insegue la strada che sale serpeggiando. Sulla mensola a destra un dipinto appeso ritrae il pittore autenticato dalla firma.

Raffaello a Firenze, dove si è trasferito - “per meglio apprendere” - entra nella bottega del Verrocchio e avrà modo di confrontarsi con due giganti, Michelangelo e Leonardo.

 

Sono gli anni di Lorenzo il Magnifico, un periodo di relativa pace, interrotta poi dalla discesa dei francesi di Carlo VIII e le Guerre d’Italia.

 

 Raffaello dipinge l’Angelo, frammento di una pala oggi conservato a Brescia. Ha imparato a usare la luce e dà una freschezza insolita al volto che saprà modulare nei ritratti. Svolta fondamentale è Lo sposalizio (1504) superando il suo modello, con una composizione di armonia e serenità. Fissa il momento decisivo: Giuseppe infila l’anello nuziale a Maria. Tutta l’architettura converge: i quadri del pavimento, il tempio tondo, il porticato, la porticina aperta sull’orizzonte.

Altro mirabile frutto degli apprendimenti di Firenze è La Madonna del Prato, lei mamma affettuosa che sorveglia, il cuginetto grande che offre la croce - segno presago - al piccolo incerto nei suoi primi passi.

Decisivi furono nella sua vita due personaggi, Elisabetta Gonzaga e Pietro Bembo. La prima, moglie di Guidobaldo da Montefeltro, donna colta e amante delle lettere, volitiva e organizzatrice, aveva riunito intellettuali e artisti alla Corte di Urbino, dove Raffaello era cresciuto. L’aveva poi protetto e incoraggiato negli anni di formazione. Raffaello la ritrae in uno scollo dorato, la collanina e uno scorpione in fronte come segnale di distacco e rispetto dovuto.

 

Il Bembo, qui nel ritratto di Tiziano, fece l’epitaffio alla morte di Raffaello: “la natura, lui vivo, si era trovata a contendere con lui, ora che è morto teme di morire”. Era stato il cultore della classicità per la lingua (Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua, 1525). In sintonia con l’altro umanista, Baldassarre Castiglione cui si deve il Cortegiano, trattato aureo sul gentiluomo di corte. Lui era promotore del buon parlare, per una classicità della lingua.

La Scuola di Atene fa parte delle Stanze vaticane che Giulio II Della Rovere volle nel momento di insediarsi sul trono pontificio. Sono rappresentati filosofi e saggi dell’antichità, al centro Platone che con la mano indica il cielo, e Aristotele, la destra protesa verso terra. Tutti uomini diversamente impegnati alla ricerca del vero che il Cristianesimo avrebbe pienamente rivelato. C’è una sovrapposizione tra antico e contemporaneo. Oltre a Bastiano da Sangallo, maestro di prospettive, nelle vesti di Aristotele, c’è Eraclito davanti che ha il volto di Michelangelo, per desiderio di Papa Giulio. Euclide, nelle fattezze di Bramante, traccia un cerchio in terra, attorniato dai discepoli. Pitagora con un libro in mano su cui scrive mentre c’è chi guarda e prende nota. Tolomeo con il globo terrestre in mano mentre Zoroastro ha quello del cielo. Socrate conversa con Alcibiade e altri, in un dialogo che educa, cioè trae fuori la verità che è in noi, come era scritto sul tempio di Delfi (gnothi sautòn).

L’affresco piacque al Cardinal Federico Borromeo per il quale la pittura doveva piacere (delectàre), insegnare (docère) e soprattutto spingere alla conversione (movère).

 

Piacque a Pelizza da Volpedo che lo studiò prima di dipingere il suo Quarto stato (1902).

 

Raffaello morì a 36 anni, “d’amore” secondo Vasari, e la sua morte lasciò tutti “in grandissima mestitia”.

 

A cura di Mauro Malighetti

Claudia Baracchi, Università degli Studi Milano

L’ASSOLUTO DELLA LIBERTA’

1 Dicembre 2020

Claudia Baracchi

Claudia Baracchi

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Riprendiamo il mito di Prometeo (Eschilo, Prometeo incatenato, trad. Carlo Carena). Come si configurano libertà e necessità?

 

Zeus, nel sommo Olimpo, sembra l’unico libero: gli altri dei sono vincolati ai loro compiti. Ma è un dio geloso. Lui è servito da Kratos, il potere, e Bia, la forza. Ha spodestato i Titani e li ha precipitati nel Tartaro, in ciò aiutato da Prometeo. Zeus rivendica l’assolutezza.

 

Prometeo no, è sofferente come gli umani, “incatenato al baratro, flagellato dalla tempesta”, tanto da esclamare “miglior sorte è non essere nati”. Però conosce e per estorcere quanto sa, Zeus manda Hermes. Zeus vuol sapere cosa sa - Prometheus o colui che riflette prima - circa la vociferata deposizione del nuovo re degli dei. Di fronte al modo arrogante del messaggero, Prometeo risponde che non cambierebbe la propria sorte con una condizione di servitù.

 

La sua libertà non è di tracotanza né di capriccio, è la libertà di chi vede lontano, guarda avanti raccogliendo il passato. Il successo non deve abbagliare: “freschi da ieri regnate” dice a Hermes riferendosi a Zeus e alle altre divinità “installati in rocche, inaccessibili al dolore. Non vidi forse già due tiranni (Saturno e Urano)? Dovrei tremare?” La libertà è scegliere e assumersi le relative conseguenze. E’ scelta d’amore, “per i viventi che vivono un giorno soltanto come le farfalle”. Libertà è fedeltà a se stesso, al desiderio che si persegue. Può trovare mali e dolori ma è “situazione prevista e ponderata”.

 

La sua libertà non fu azzardo. Fu un guardare al di là, un progetto di condivisione che Zeus volle annientare. Fu progetto al di là di gelosie, senza badare a ragioni di convenienza o di clan. Si unì a Zeus perché era portatore di una diversa sovranità. Zeus non mangiava figli come Saturno né li scaraventava nel centro della terra come Urano. Li proteggeva, come Dioniso cucito nella coscia o Atena partorita dalla sua testa.

 

Così lui, Prometeo. Raccolse il fuoco divino non per distruggere ma proteggere esseri umani indifesi, “pacchi di argilla”, dando loro una nuova possibilità di vita. “Io mi piegai per pietà”. Non sarà lui a godere. “Il tuo gesto d’amore, gli dice il Coro delle Oceanine, è rimasto senza amore riconoscente degli umani”.

 

Prometeo si sente solo e si rivolge alle forze naturali: “oh Etere divina, aure, sorgenti di fiumi, onde marine, terra di ogni essere, sole del cielo: guardate la mia sofferenza per mano degli dei!”. Chiede compassione, condivisione come sa fare l’animo femminile. Le Oceanine rispondono: “quando abbiamo sentito il martello rimbombare non abbiamo resistito e siamo qui a soffrire con te”.

 

C’è pure Io, la sacerdotessa di Zeus, che ha subito la foga del suo dio. Non solo, trasformata in giovenca e costretta a peregrinare fuori di senno perché punta dal tafano, per luoghi impervi. Io e Prometeo si parlano, un dialogo tra delirio e senno. La sacerdotessa chiede: “finirà il mio errare?” Si consoli, risponde Prometeo, anche lui dopo lunghe erranze si è ritrovato. La corifea si frappone: “non temere! amica è la schiera”. E a Hermes: “allontanati da qui! parla altrimenti! Io voglio soffrire con lui”.

 

Come concludere? L’eroismo di Prometeo non è retorico. La sua libertà entra nelle spire di catene fissate e trova uno spazio di contestazione. Non resta schiacciato dalla necessità. La libertà persiste, pur non riuscendo a ridisegnare il necessario, è agire secondo l’essere che si è (Spinoza).

 

La libertà vuole l’assolutezza, ma non è capriccio. La libertà è scelta interiore. H. David Thoreau con l’esperienza di un giorno di carcere aveva capito quanta umanità c’era là dentro e l’assurdità dei muri che dividevano da chi è fuori, “là in ceppi è il mio posto”.

 

Sartre gli fa eco. Non siamo mai stati così liberi come sotto l’occupazione nazista, senza diritti, costretti a tacere, in una situazione umana che in epoche fortunate non avevamo conosciuto. Abbiamo capito il senso della finitezza. Non privilegiati ma gente comune che sa dire di no, al confine della libertà. Dover resistere soli, davanti al boia, al potere smisurato di chi ha l’apparenza di ragione, combattenti che difendono altri, consapevoli che una parola avrebbe portato a cento arresti. Un esercito di uguali, ciascuno nel suo ruolo, essere se stessi nella libertà, per tutti, all’alba di una nuova repubblica che sappia conservare le virtù del silenzio e della notte.

 

A cura di Mauro Malighetti

Vito Mancuso, Università di Udine

QUALE LIBERTA’ DI FRONTE ALLA PAURA?

24 Novembre 2020

Vito Mancuso

Vito Mancuso

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Viviamo in precarietà e insicurezza, perciò disposti a cedere la libertà. Il Grande Inquisitore (I Fratelli Karamazov) dice a Gesù tornato tra gli uomini e subito arrestato: pensavi che gli uomini vogliono essere liberi? Loro vogliono qualcuno cui obbedire; nel gregge si sentono sicuri.

 

La libertà è minacciata dalla paura. Bisogna reagire, come rispondeva il giudice Falcone in una delle ultime interviste: “Se ho paura? Tutti abbiamo paura, l’importante è non farsi condizionare”.

 

La libertà è un processo. Nasce e cresce nei momenti che non c’è. Necessita dedizione, è frutto di lavoro. Ci vuole tempo come per i sentimenti. Come per la virtù. Non è arbitrio, secondo i gusti del momento. Elegge dei valori a guida e li persegue instancabilmente. Non si può essere uomini ballerini, ma solidi, senza mentire agli altri e soprattutto a noi stessi. Così nelle scelte si finisce con il non sbagliare, come il grande pittore è necessitato dal suo senso estetico, e se ci sono disarmonie sono volute.

 

La libertà è consapevolezza. Spinoza dice che gli uomini si ritengono liberi ma si ingannano perché ignorano le cause. Senza coscienza si è in condizione di schiavitù. Come gli uomini nella caverna, prendono le ombre per realtà. Quando capisco non sono più nella caverna. Libero arbitrio è da intendersi come arbitraggio, in senso calcistico: è l’atteggiamento di chi guarda e fischia, decide sulle azioni da fare e non fare. Anche davanti alla morte: consapevoli della propria finitezza.

 

La libertà è creatività. Sa prendere altre strade, crea il nuovo. Come il filosofo Pietro Martinetti che non giura fedeltà al fascismo e deve rinunciare alla cattedra universitaria e si condanna all’emarginazione.

 

La libertà è responsabilità (H. Jonas, Il principio responsabilità). Non è capriccio legato all’ego. E’ a favore della giustizia. Risponde perché connesso con gli altri, aperto alla cura del bene comune.

 

E la paura? E’ un’emozione primaria, di tutti e in tutti i tempi. E’ legata alla nostra fisicità e alla volontà di sopravvivenza. Viviamo questo sentimento in movimento di sistole e diastole, un chiudersi nella paura ed esplodere con rabbia. Se non la controlliamo ci rende schiavi. Si vince con il coraggio, e non è automatico. Non è solo paura per sé. La prima delle paure è per la perdita dei propri cari. Più siamo circondato da affetti più siamo esposti alla paura. Non è necessariamente legata a qualcosa di oggettivo: c’è una paura esistenziale, di non essere all’altezza del ruolo, di non essere riconosciuto. Il bambino ha paura del buio. Si distingue dal timore che può essere positivo. C’è il timor di Dio: l’uomo avverte qualcosa di grande, che lo sovrasta. C’è l’angoscia che paralizza, non fa muovere, si oppone a qualsiasi novità. Come Don Abbondio alla notizia dei Lanzichenecchi in arrivo. E’ il panico, da Pan, il dio raffigurato come demonio.

 

Quale libertà di fronte alla paura? Conoscendo, si addomestica la paura. Era la massima scritta sul Tempio di Delfi: conosci te stesso. Già scrivendole su un foglio le nostre paure sembrano meno minacciose. La prima virtù cardinale è la prudenza, nel senso latino di prudentia, in greco fronesis, che è discernimento, saggezza. Abbiamo bisogno del coraggio, cor agere, azione del cuore. Non basta la mente che analizza, calcola e sta ferma. Il coraggio è energia, muove, lancia la sfida, non pretende garanzie, si dedica. E’ ciò che ci fa prendere quelle scelte che possono essere il matrimonio o fare un figlio. Evoca lotta, non riferendosi a prove muscolari ma perché va all’essenziale e non si perde nei particolari. Non bada al risparmio. Ci fa guardare in alto, per tener presente i valori, non gli interessi. Accende la scintilla divina che è in noi.

 

A cura di Mauro Malighetti

Gianvito Martino, San Raffaele Milano

IL CONCETTO DI IDENTITA’ IN BIOLOGIA. SIAMO VERAMENTE LIBERI DI ESSERE QUEL CHE SIAMO?

17 Novembre 2020

Gianvito Martino

Gianvito Martino

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La biologia ha un concetto dinamico dell’identità: siamo in simbiosi con l’ambiente di cui facciamo parte, che ci cambia, da cui ci dobbiamo difendere, con cui interagiamo. Siamo un sistema nel sistema.

 

Anzitutto la cellula. Quando Hook la scoprì (1665) la assimilò alla cella del favo di api. Noi ne abbiamo 30mila miliardi, e altrettanti di microorganismi, virus e batteri, buoni e cattivi. Se mettessimo in fila le cellule del nostro corpo raggiungeremmo 13 chilometri. Ce ne sono 200 diverse tipologie. La pelle che ricopre il nostro corpo ne ha 3 milioni. Le cellule muoiono e si rigenerano continuamente. Mediamente il tempo di vita di una cellula è 30 minuti. Non è detto che una volta morte scompaiono: noi abbiamo addosso 2 chili di cellule morte. Il nostro organismo produce 25 milioni di cellule al secondo. In tre mesi ricostruiamo lo scheletro, in 10 anni cambiamo tutte le cellule del corpo. Cambiamo pelle mille volte nella vita. In questo lavorio continuo si può capire i rischi che corriamo. La cellula può impazzire, si crea un tumore che con il tempo prolifica e blocca gli organi vitali ed è la morte. La rigenerazione serve per vivere.

Ci sono cellule staminali che sono cellule bambine, non evolute né specializzate. Sono totivalenti, pronte a trasformarsi nelle varie cellule per i vari organi del corpo, secondo le impellenti necessità. Sono nell’embrione e distribuite in varie parti del corpo. Tutto si trasforma, niente resta identico. Nell’organismo c’è il genere. Ha meno rilevanza di quel che generalmente pensiamo. Gli esseri viventi si sono riprodotti per più di tre miliardi di anni facendone a meno. Gli organismi sessuati compaiono negli ultimi 500 milioni di anni. In natura si trovano organismi monosessuali, ermafroditi, multisessuati. L’alga volvox si riproduce sessualmente o no, secondo l’acqua in cui è immersa. Il moscerino della frutta (drosophila) ha zone del corpo maschili e femminili. La femmina squalo si riproduce senza l’intervento del gamete maschile. Il pesce labro con la testa blu può cambiare l’ovaio in testicolo secondo chi incontra. Il genere è relativo. Come destinatario della riproduzione il genere femminile prevale e spesse volte il genere maschile finisce per essere inibito. Confini labili per un sistema in relazione e che si protegge dall’ambiente.

 

Con la scoperta del Dna è venuta in auge l’epigenetica; studia il modo di riproduzione e trasmissione dei geni. Un conto è il libro scritto, un conto la sua interpretazione. Ogni cellula contiene lo stesso Dna, 3 miliardi di lettere dell’alfabeto genetico, che caratterizza il vivente. Contiene istruzioni per il lavoro della cellula. Un foglio di carta quadrata può dar forma a origami svariati. Il rischio di cattiva trasmissione o cattiva interpretazione è dietro l’angolo, sensibile ai cambiamenti ambientali.

 

Si è osservato che la madre topo se non lecca i piccoli, come normalmente fa, questi sono più vulnerabili. I comportamenti si possono trasmettere. Certi atteggiamenti li ereditiamo dai genitori. Noi siamo responsabili di certi comportamenti dei nostri figli.

 

Cosa dire allora dell’identità? Una parola che per la biologia non dice molto. Diventa spesso una sovrastruttura ideologica. Le classificazioni finiscono per ingabbiare la natura. Invece la mancanza di identità, di fissità, rende possibile la vita. La natura insegna tolleranza, non va chiusa in rigide catalogazioni. Noi siamo esseri mutevoli. La scienza aiuta a capire, non spaventa. La biologia ci dà una lezione anche per essere migliori cittadini del mondo.
 

A cura di Mauro Malighetti

carlo sini

il nostro bene

10 Novembre 2020

Carlo Sini

Carlo Sini

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Chi nell’antichità si è impegnato a riflettere sull’idea del bene è stato Platone, in particolare nell’opera Repubblica (par 505ss). Per lui devono governare i filosofi che sanno cos’è il bene e cosa il male.

 

Alla domanda precisa sull’idea di bene Socrate, il personaggio centrale, è cauto: “non è cosa la cui essenza può dirsi”. Tuttavia suggerisce una strada per arrivarci, l’analogia del sole. Il bene è per le cose invisibili ciò che il sole opera nei riguardi delle cose visibili, le tiene in vita, dà energia, le illumina.

 

Dà inoltre due altre ragioni.

 

Il bene ha una natura collettiva. I viventi esercitano un equilibrio tra loro, si compensano ciascuno con la propria forza e c’è chi è più robusto o veloce, chi controlla e chi procrea, ma tutti in una struttura di vita che li ordina. Così c’è una morte da cui sgorga la vita, una generazione che lascia spazio all’altra. Ordo naturae dicevano gli antichi. Noi moderni l’abbiamo chiamata Provvidenza, se siamo credenti, selezione naturale se ci affidiamo alle scienze della natura. Darwin ha parlato di equilibrio instabile perché l’ambiente è soggetto a cambiamenti e certe forme di vita si adattano meglio di altre, e c’è sempre lo sforzo di riaggiustamento. Buono è ciò che si adatta, tiene insieme, funge da equilibrio.

 

La vita inoltre si presenta in forme sempre più complesse i cui effetti sono spesso imprevedibili. Il fenotipo determina le caratteristiche del vivente e ne condiziona i comportamenti. Basta la modifica di un gene, la pressione di un cambiamento climatico e l’individuo cambia, sopravvive o soccombe. Gli effetti non sono immediati, hanno tempi lunghi, impossibile definirli, essere certi oggi del bene futuro. Tocca solo ai politici? E’ un calcolo difficile. Ne parla Sartre nella sua opera teatrale Il diavolo e il buon Dio (1951). Ogni azione umana è condizionata ed è difficile prevederne gli effetti. Chi fa il bene va incontro a mali a non finire, chi segue il diavolo a volte provoca, senza volere, reazioni benefiche.

 

Ordine divino, meccanismo naturale o ecosistema, il nostro mondo un certo giorno finirà, le forze cosmiche prenderanno il sopravvento e l’umanità sarà cancellata.

 

L’uomo, rispetto agli altri viventi, è favorito, l’homo sapiens in specie. E’ dotato di mani, occhi, orecchi, bocca, di una strumentazione artificiale che gli permette di difendersi nel proprio habitat, di controllarlo fino a ricrearlo in condizioni di vita impensate.

 

Nel mito di Prometeo si racconta che gli uomini, usciti da una situazione infelice, nonostante il dono del fuoco erano ricaduti in lotte fratricide. Zeus era di nuovo intervenuto e, tramite il suo messaggero Hermes, aveva fatto doni aggiuntivi: la parola e la politica. Si educa al bene coordinandolo a quello degli altri.

 

Da qui nasce la giusta impostazione della libertà. Se tu stai male anche io ne soffro e viceversa per il bene. Non esiste un bene soggettivo. L’Epigenetica insegna: l’individuo è una costruzione sociale. C’è interazione tra genoma e ambiente. Il contesto modella il corpo che risulta punto di arrivo di una trasformazione. I nostri marcatori biologici si trasmettono da una generazione all’altra e l’individuo è il risultato di una serie di fattori fisici, culturali e sociali. Quante persone rovinate da un contesto sociale sbagliato!

 

Già lo sostenevano gli utilitaristi del ‘700: una società è buona se i beni sono partecipati. I pragmatisti aggiungevano: è arida la società avida, dove il consumo è riservato a pochi.

 

L’uomo non può più essere saccheggiatore o padrone ma custode della terra. Al politico il compito di moderare, equilibrare, rendere compatibili le risorse per il bene di tutti.

 

Richiede consapevolezza, sapienza, responsabilità (Il principio responsabilità, H Jonas): “agisci in modo che gli effetti della tua azione siano compatibili con una vita autentica e con la dignità di vita per tutti”. Compresi i viventi che ci accompagnano sul nostro pianeta e che a causa nostra sono a rischio di estinzione. Non seguiamo il dissennato Epimeteo, che conosce in ritardo, impariamo da Prometeo, che conosce prima, e la nostra sia una politica di vita buona e accettabile per tutti.

 

A cura di Mauro Malighetti