Image by Matteo Jorjoson

sintesi del corso

thaÛma
la meraviglia della vita

florinda cambria e carlo sini

figure della meraviglia

Auditorium Liceo Mascheroni, Bergamo 10 maggio 2022

cambria.jpg
Carlo_Sini

Walter Benjamin (1892-1940) acquistò l’acquerello di Paul Klee intitolato Angelus novus nel 1921 e non se ne separò più. Quando fuggì da Parigi occupata dai nazisti l’affidò ad un amico in un plico di carte e appunti. Voleva riparare negli Stati Uniti. Fu bloccato alla frontiera spagnola senza il visto e preso da sconforto si suicidò

 

Così descrive in uno scritto l’opera. La figura alata, bambino o uccello, piedi ad artiglio e riccioli mossi, bocca ferina e sguardo strabico, è posta di fronte nell’atto di indietreggiare. Ha il viso rivolto al passato che appare una catena di eventi, una catastrofe, ma la tempesta impedisce alle ali di chiudersi spingendolo inesorabilmente al futuro a cui volge le spalle. Ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta.

Stava lavorando sul concetto di storia. Era in polemica con l’idea di storia che veniva dalla scienza vincente e in irrefrenabile progresso. L’angelo si ritrae dall’insensatezza del mondo, dalla storia che si presenta come cumulo di macerie.

 

 Il movimento reso nel vibrare delle ali resta sospeso. E’ interrotto, in bilico tra un prima e un dopo. La discontinuità non inaugura alcuna epoca nuova. L’angelo è testimone e, come dice la parola, è in grado di raccontare, ma raccoglie solo macerie. Il suo resta un momento decisivo, il kairòs, ma non annuncia nessun evento messianico. A ciascuno si dà il momento, ma ciò che riceve è maceria e parola senza senso.  Accade ora, qui, adesso (Jetzt) è atto di inizio, ma non c’è senso. Sempre accade, sempre si attende che accada, ma non c’è giustificazione. Eppure è l’unica possibilità di trasmissione del conoscere, tocca il presente, tocca me, io che vivo. Quel che accade è presa, restituzione, memoria, incarnazione di memoria, ma non sta in una catena di eventi, in progressione. Non c’è storia che procede, si conferma o si scontra, si connette e prosegue.

 

Qualcosa effettivamente si im-memora. Non si tratta di rammemorare perciò né di rimemorare perché il passato che giunge è macerie. Ogni vita è tradimento di morte, tradimento della possibilità di trasformare o rivoluzionare. E’ fedeltà ai resti, ma semplicemente resto.

Nella tradizione ebraica della cabala si dice che gli angeli nuovi sono tali perché Dio ne genera innumerevoli in ogni istante. Li crea perché cantino la sua gloria, ma sono destinati a dissolversi subito dopo. L’Angelus novus tiene la bocca aperta: forse canta una possibilità di senso per il futuro? O è solo un ghigno? 

 

L’intervento di CARLO SINI

Di rovine e catastrofe parlava Husserl nella Conferenza di Praga di quel fatidico 1935, anno tragico per gli ebrei, e si domandava: “Possiamo vivere in un mondo dove la ragione umana è destinata a trasformarsi in non senso? Possiamo vivere in un mondo dove il divenire storico non è altro che una catena incessante di slanci illusori e amare delusioni?” Husserl lasciava una porta aperta alla speranza.

Benjamin ricorda che “lo storico consapevole smette di lasciare scorrere tra le dita gli avvenimenti come una corona del rosario”. Afferma invece che gli eventi sono in costellazione, differenti ma legati. La nostra epoca è legata alla precedente. Io sono qui ora, costruito in una relazione, sono storia, ricordo. La memoria è sempre adesso, io ri-cordo, tengo nel cuore e racconto, dico il non più e anticipo il dopo. Tengo insieme versi diversi, io e tu, noi i vivi, nell’adesso, insieme, e raccontiamo. Come nel chiasmo la forma X è   un incrocio di direzioni. Il passato e il futuro raccolto nel presente. Noi siamo per tutto quello che è capitato prima e si prospetta poi. Noi teniamo il filo della melodia e del canto.

La memoria comunque è ricordo di ciò che non è più. Se racconto dico ciò che non sono più e che è perso per sempre. Nella parola, in questo nostro canto si conserva il perduto, istante dopo istante conserviamo il perduto.  Resta il passato con le sue macerie e che è irredimibile. Sarà sempre così e tutto finirà in niente.

Accontentiamoci di questo canto, dell’uomo che c’è e com’è, come possiamo esprimerlo grazie alla cultura e alla poesia.

CLAUDIA BARACCHI

LA MERAVIGLIA E IL TERRIBILE

Auditorium Liceo Mascheroni, Bergamo 3 maggio 2022

Adriano Pessina

La meraviglia nasce da eccedenza. L’uomo è colto da sorprese confortanti e eventi che lasciano nell’incertezza, immerso in mirabilia. L’essere umano è “un misto di stupore e sconcerto”, “batte e rivolta la terra”, “è dotato di parola ordinatrice” e “inarrestabile va incontro al suo destino” (Antigone, Eschilo).
Il mondo è per l’uomo ambivalente, sensazione di spavento e di attrazione, percezione di insidia e invito espansivo, esperienza repulsiva e curiosità che si fa ricerca. Può apparire wonderful meraviglioso, ma anche wund doloroso, una ferita che trapassa e lacera.
La meraviglia non è automatica né ha bisogno di effetti speciali, basta essere recettivi. “Ci fu un tempo in cui prato, frutteto, ruscello, la terra e qualunque visione ordinaria a me sembravano una veste di luce celeste, gloria e freschezza di sogno” (Wordsworth). Bisogna alzare la testa, continuare a cercare come fecero nel lontano 1966 i giovani astronomi, spettatori infine di una tempesta di meteore al compiersi di una notte ordinaria.
Contemplare il cielo è già spettacolo di meraviglia come lo era per Aristotele andare a Olimpia alle Dionisie, gli spettacoli teatrali che si svolgevano ad Atene in onere di Dioniso: “andiamo a vedere pagando e scegliamo rappresentazioni invece di beni materiali” (Aristotele, Protrèptikon).
Vedendo impariamo l’ordine delle cose e la verità del tutto. “La vista è diventata causa di un beneficio più grande”; “nella trama del cielo stellato ordinato come un gioiello noi vediamo l’ordine dell’intelletto”. Per Platone (Timèo) la vista arriva alle lontananze del cosmo: “niente di quel che diciamo sarebbe detto senza la vista del sole delle stelle del cielo”. Noi e il cielo siamo fatti allo stesso modo, le rivoluzioni del cielo come quelle del pensiero. Impariamo dal cielo il tempo e il calcolo. L’uomo vive sente pensa perché appartiene al cosmo altrettanto vivo e pensante. Il nostro microcosmo attinge all’intelligenza del macrocosmo. La vista, il più agile dei sensi, è di lunga gittata. Guardando, l’uomo si guarda, vedendo si riconosce.
Non è esperienza solitaria. L’uomo, animale politico, condivide con gli altri lo stesso cielo. Non siamo soli, siamo con altri, sulla stessa terra che tutti i piedi battono.
Così funziona il teatro (théatron) luogo pubblico di spettacolo. Lo spettatore vedendo, vede sé stesso, la propria condizione umana. L’eroe in scena e con la maschera, che sia Edipo, Agamennone o Clitennestra, Antigone o Creonte, vede e sente raccontare di sé. Vede l’uno e i molti, Dioniso smembrato dai Titani, il dio bambino fatto a pezzi, morto che rinasce. Il teatro è luogo di liberazione (kathàrsis) dove si entra in relazione e si guarisce. Lo spettatore (theòmenos) vede e si vede. E’ catturato dalla vicenda, stupito, meravigliato, terrorizzato, angosciato. Secondo i propri problemi e il tempo. Il teatro nasce ad Atene nel VI secolo come area sacra a Dioniso. Vive e si trasforma nella storia, nel fiore della filosofia, nel trauma della guerra, nell’esperienza drammatica della democrazia.
Nel corpo pietroso si apre la scena (skené), nel buio circostante si generano scintille di immagini. Sul palcoscenico, come per l’occhio che si apre, appaiono dei, eroi, re, mogli, figli. Oltre c’è lo spazio che contiene lo spettacolo, la città, il mare, l’infinito, l’invisibile.
Il thàuma è meraviglia, nell’ambiguità del sublime e del tremendo. Secondo il racconto del poeta greco Nonno di Panopoli (Dionisiache) il bimbo Dioniso gioca con lo specchio. Guarda e si guarda. Arrivano i Titani
mandati dalla gelosa Era e fanno a pezzi il dio che fa impazzire. Lui si vede a pezzi e nello specchio rotto si mostrano le varie apparenze. L’uno diventa molti, Dioniso giovane, vecchio, animale, leone, cavallo, serpente. Dioniso può essere dio feroce e dio della convivialità, che agisce e patisce.
Come il mondo, perché lui è il mondo, con le sue gioie e i suoi dolori.

ADRIANO PESSINA

LO STUPORE DELLA SOLITUDINE CREATIVA

Auditorium Liceo Mascheroni, Bergamo 26 aprile 2022

Adriano Pessina

L’immagine di Papa Francesco che, in piena pandemia e sotto un cielo cupo avanza come homo viator nella deserta Piazza San Pietro e si ferma in preghiera, sotto il crocifisso è emblema della solitudine.

 

Il Crocifisso evoca il Dio che muore. La modernità ha visto nella morte di Dio inaugurarsi una nuova epoca, dell’umanità liberata, emancipata, autosufficiente. Così pronta alle suggestioni della mitologia greca non sa cogliere le simbologie cristiane: il Crocifisso non è tanto colui che è abbandonato ma anche colui che si abbandona al Padre. Il suo è un annuncio di salvezza. Il Crocifisso toglie l’insignificanza del dolore e della morte.

Kierkegaard faceva una distinzione tra Socrate e Gesù: Socrate è l’uomo che muore da Dio, Gesù è Dio che muore da uomo. La redenzione di Cristo dà significato alla storia senza annullare la storia. La solitudine in lui è misteriosa comunione.

 

Il fine dell’uomo non è la fine né si tratta di prolungamento all’infinito, ma di una trasformazione dell’esistenza. Leibniz si chiedeva perché l’essere e non il nulla, qui la domanda è: perché il nulla? Per il cristiano l’assenza rimanda a una presenza, non sento la presenza di chi non c’è ma sento la sua assenza.

La solitudine è angoscia ma non coincide con essa. La solitudine è un crogiuolo di sentimenti e di relazioni. Di solitudine narrano filosofi e poeti ma ogni narrazione è sempre comunicazione, sia per chi parla che per chi ascolta. La solitudine non è semplice isolamento; la solitudine è un vissuto che può essere raccontato e saputo. Non è angoscia o depressione che lascia senza parola. Può diventare afasia, può essere malattia quando viene a mancare quella confidenza di sé che permette di reggere il tempo. La narrazione invece dà senso e sollievo all’esperienza umana.

 

La solitudine è ambivalente. La più costante delle occupazioni non è fuggire dalla solitudine se la solitudine non fosse la nostra esperienza originale e costante (Nicolas Grimaldi, Traité des solitudes). L’uomo fugge dalla solitudine come animale sociale. Alla comunità ci lega il corpo e il linguaggio. Il corpo ci avverte di noi e degli altri, il linguaggio ci consolida come soggetto tra soggetti.

Bergson cita Kipling il quale racconta di una guardia forestale in India che ogni sera a cena si veste del suo abito nero come segno di rispetto verso sé stessi. L’uomo vuole la sua dignità, ma la dignità sta nel riconoscimento. Dove la società scompare non c’è dignità. Quanta fame di riconoscimento si respira nei social!

 

Isolamento non è solitudine. Ci si può sentire soli in mezzo alla folla.

“Amico mio fuggi nella tua solitudine. Ti vedo assediato dai grandi uomini e punzecchiato da uomini piccoli. La foresta e il macigno sanno tacere dignitosamente. Là dove la solitudine finisce comincia il mercato e dove comincia il mercato comincia il fracasso e il ronzio delle mosche” (Nietzsche).

Quanto è prezioso il silenzio! “la vita rimane sana solo quando rinnova l’esperienza della solitudine” (Guardini). Nelle decisioni siamo soli. La solitudine è coscienza di pienezza, vi affiora la nostra storia, fatta di ricordi di persone di affetti.

 

Solitudine non è solipsismo che è incomunicabilità. Sartre fa sottilmente notare che lo sguardo non è oggettivabile, è soltanto mio. Io posso cogliere me come sguardo non l’altro nel suo guardare. Non colgo l’altro come soggetto che guarda, semmai mi sento oggetto, cioè guardato da lui. Levinas aggiungerà: guardando l’altro scopro la mia responsabilità perché l’altro mi chiama e io devo rispondere. Jonas a sua volta: non basta rispondere, devo prendermi cura dell’altro, come la mamma si prende cura del suo bambino perché non cada nel nulla.

Per Sartre il rapporto con gli altri è conflittuale (“l’inferno sono gli altri”). Invece nello sguardo c’è anche l’intesa. E’ vero: le tecnologie hanno cambiato il modello della relazione. Accelerano incontri ma tolgono una parte dell’esperire. Si accentua l’uso utilitaristico: studenti che preferiscono seguire da remoto. Diventiamo consumatori di immagini, partecipi ma non attori. Connessione non equivale a relazione. La Arendt invita ad andare alla radice, alla riscoperta del fondamento della relazione.

 

Riflettendo sulla solitudine ci rendiamo conto di quanta creatività nasconda.  Gesù ammonisce: “quando preghi entra nella tua stanza e chiusa la porta rivolgiti al Padre tuo in segreto”. Ci sono aspetti della vita da custodire e preservare dallo sguardo degli altri. Agostino ripete: “non uscire da te stesso, rientra in te”.

 

La filosofia nasce dalla meraviglia ma alberga nella solitudine.

MARCELLO GHILARDI

STUPORE E SGOMENTO. L'ESPERIENZA DEL THAUMA

Auditorium Liceo Mascheroni, Bergamo 8 marzo 2022

Marcello_Ghilardi

Nel Simposio si racconta che gli invitati ormai pronti a cenare si accorgono dell’assenza di Socrate, che pur era arrivato alla casa di Agatone. Se ne sta appartato, immobile, come gli è capitato altre volte. Finalmente arriva: “rivelaci l’arcano che ti ha preso!”. Questo è già un’immagine del thauma, che prende e sovrasta, non tanto convince ma afferra.
Il thauma è lo sgomento di Abramo chiamato a sacrificare il figlio e poi fermato dalla mano dell’angelo. Sconvolge la logica e muove il riso di Sara davanti alla promessa di Dio che le annuncia la nascita di un figlio: “un figlio, alla mia età?”. E’ il turbamento della giovane Maria di Pasolini (Vangelo secondo Matteo) all’annuncio dell’Angelo. Forse spavento, come racconta l’evangelista Matteo delle “donne che scoprirono la tomba vuota di Gesù e fuggirono e non dissero niente perché avevano paura” (Mc 16,8). E’ angoscia che invade la casa di Admeto al passaggio della morte: lui può sfuggirle a patto che qualcun altro si sacrifichi. Solo la moglie Alcesti sarà disposta.
Il thauma è anche stupore. Davanti al ciliegio in fiore il giapponese dice “awaré”, come il nostro “0h!” di meraviglia ma con una venatura di malinconia perché lo spettacolo della fioritura dura tre giorni: a thing of beauty is a joy for ever “una cosa bella è gioia per sempre” dice Keats, l’eterno è in un istante.
Come strutturare il thauma? Come subirlo? Come incontrarlo? Come superare l’aporia che racchiude? La poesia è più attrezzata, a volte il discorso filosofico rischia di inaridire, nega il desiderio e produce pestilenza (loimòs). Per coglierlo bisogna farlo risuonare in accordo come la corda della lira. La nostra cultura è troppo disposta alla produttività dello yang (lato maschile), invece bisogna dare spazio alla recettività dello yin (lato femminile).
Nella nostra vita vorticosa ed efficientista bisogna agevolare l’incontro che rallenta e ricupera. Proust ricupera il tempo perduto, le campane lo commuovono, il dolcetto inzuppato nel tè gli ricorda la zia che glielo portava da piccolo appena sveglio. Catherine nel romanzo Cime tempestose (E. Bronte) scrive all’amica: “se tutti gli esseri perissero e lui (l’amato) restasse, anch’io continuerei ad esistere; se lui perisse, l’universo mi sembrerebbe estraneo. Il mio amore per Heathcliff assomiglia alle rocce sotto terra, alla sorgente che dà poca gioia visibile ma necessaria”.
Il thauma esige l’alterità, un’uscita da noi, un abbandonarsi per raccogliersi. La parola biblica è bhathah, fiducia. Due esempi lo possono commentare. Nel Faust (Goethe) Mefistofele ha venduto l’anima al diavolo in cambio del sapere, per la brama di conoscere. Quando il diavolo torna a chiedere il conto sarà la sua innamorata, Margarete, che intercedendo presso Dio lo salverà. L’amore giunge dove il sapere e la razionalità non possono.
Un’altra Margherita in Il maestro e Margherita (Bulgakov) sarà salvatrice. L’avvento del diavolo crea scompiglio nel mondo, l’amore lo rimette in sesto. Il desiderio da soddisfare che le è concesso sarà liberatorio: vorrà che sia tolta la pena alla ragazza condannata all’inferno perché colpevole di aver ucciso il proprio bimbo, pena che la costringeva a rivedere il fazzoletto del piccolo intriso di sangue.
Non si tratta di soddisfare l’io ma aprirsi all’altro, coltivare il desiderio accogliendo l’istanza di vita che non è mai predeterminata.
“Finché riprendi la palla che ha lanciato la tua mano non è che conquista facile; solo se all’improvviso devi prendere la palla che un’eterna tua compagna di gioco scagliò al centro del tuo corpo, solo allora è virtù il saper prendere, non tua ma di un mondo” (Rilke).

UMBERTO CURI

ALLE ORIGINI DELLA FILOSOFIA

Auditorium Liceo Mascheroni, Bergamo 22 febbraio 2022

Umberto Curi

Fa testo l’affresco di Raffaello custodito nei Musei Vaticani, la Scuola di Atene. Tra i numerosi personaggi dell’antichità, filosofi e matematici, simmetricamente distribuiti, al centro sono collocati Platone e Aristotele in due atteggiamenti opposti: il primo ha l’indice puntato al cielo, il secondo la mano stesa verso terra. La spiegazione che è parsa dominante vede nel discepolo di Socrate colui che dà valore al mondo delle idee, nel filosofo di Stagira il sostenitore del divenire. E’ proprio così?
Platone fa dire per bocca di Socrate (Teeteto) che “non vi è altro inizio del filosofare se non il meravigliarsi (taumathein)”. Gli risponde Aristotele (Metafisica): “gli uomini hanno iniziato a filosofare a causa della meraviglia (thauma)”. Le affermazioni sembrano l’una la conferma dell’altra. Platone in tarda età tornava sullo stesso pensiero dell’interrogarsi proprio della filosofia: la filosofia che è diversa dalle altre scienze è come “scintilla che scocca nell’animo giovanile e si alimenta da sé” (Lettera VII).
Meraviglia e sgomento prova Ulisse quando nell’isola dei ciclopi incontra Polifemo, il gigante dall’unico occhio che si nutre di uomini (Odissea IX). Un inquietante sentimento avverte la moglie di Pilato quando manda a dire di aver trascorso una notte agitata a causa di quell’uomo che è processato.
Della morte si dice (Sofocle, Antigone) che è tra le cose terribili (deinà) la più terribile. Freud parla di spaesamento (unheimliche), un sentimento di estraneità che può portare alla follia e che ritroviamo in noi stessi, qualcosa di rimosso che riemerge e ci fa sentire non a casa, un dentro noi che è il massimamente lontano.
Quale sarebbe l’origine della filosofia? Donde scatta il filosofare e come lo intendono i due massimi filosofi da cui siamo partiti?
Nel Simposio Platone discute di Eros che è filosofo e ha carattere intermedio tra povertà e saggezza, amore fisico e intellettuale. Nel Sofista si parla di arte politica che si può dimostrare e insegnare, mostrare ragionando (logos) o anche trasmettere con un racconto (muthòs). Così la filosofia avrebbe rapporto sia con la sfera affettiva che con quella razionale.
Heidegger parlerà di essere nel movimento della vita (Befindlichkeit) e di un comprendere che è discorso (Rede). L’Esserci è sempre situato, il filosofare non è in condizione di apatia ma sempre nel coinvolgimento.
Altro è il pensiero di Aristotele: la sapienza sta nell’argomentare rigoroso. Il racconto falsifica. La filosofia deve essere spogliata dalle passioni. L’esempio del filosofo è Anassagora che nell’apprendere la morte del figlio in battaglia dice: “sapevo di averlo generato mortale”.
Forse aveva ragione Raffaello nell’aver sottolineato con i due gesti una differenza: la filosofia è meraviglia e stupore ma per l’uno si accompagna all’affettività, per l’altro la filosofia deve essere immune da condizioni di carattere emotivo.

 

 

Leonardo Becchetti

MERAVIGLIA E’ UNA FRATERNITA’ GENERATIVA PER UN’ECONOMIA CAPACE DI COSTRUIRE UN BENE COMUNE

Auditorium Liceo Mascheroni, Bergamo 18 gennaio 2022

Leonardo Becchetti

L’economia non può prescindere dal senso di responsabilità e di solidarietà. L’aspettativa di vita è cresciuta nei secoli. Mediamente si vive fino a 73 anni. Le nuove sfide della società impongono una nuova visione. L’emergenza ambientale, il riscaldamento climatico, le nuove disuguaglianze e da ultimo la pandemia richiedono cambiamenti nell’industria, agricoltura, trasporti, costruzioni, ricerca di materiali. Serve una nuova organizzazione del mercato e del lavoro che argini il ricorso alla delocalizzazione, che attenui la tendenza alla specializzazione e alla ricerca dei “talentuosi”, che dia un nuovo senso del lavoro e del vivere.
Serve una visione generativa della società, un’economia che tenga conto della salute, dell’istruzione, della qualità di relazione, del benessere di tutti. “Ciò che facciamo deve contribuire a rendere felice qualcun altro” diceva lo psicanalista Erikson. La società deve diventare un luogo dove i cittadini si educano reciprocamente e pazientemente sviluppano l’arte della cooperazione e della fiducia. Cooperazione, soddisfazione e resilienza, e più il capitale sociale aumenta e con esso la salute e il benessere.
La generatività si concretizza in azioni, in una progettualità che abbia come obbiettivo il bene comune, una cittadinanza attiva, imprese responsabili, la costellazione di istituzioni intelligenti e democratiche.
Adam Smith sosteneva che “non dalla benevolenza del macellaio o del fornaio ci aspettiamo la nostra cena ma dal reciproco loro interesse” ma Hume controbatteva: “il tuo grano è maturo oggi, il mio domani, ma oggi non lavorerò per te perché non ho alcuna garanzia che domani mostrerai gratitudine nei miei confronti. Ti lascio lavorare da solo oggi e tu ti comporterai allo stesso modo domani. Poi il maltempo sopravviene e entrambi finiremo per perdere i raccolti, semplicemente per mancanza di fiducia”.
La fiducia significa attenzione ai bisogni degli altri, capacità di relazione, benessere di tutti gli operatori d’impresa, valorizzazione dell’utile sociale.
Compito degli economisti è quello di informare, spiegare, indicare. Si tratta di calibrare gli indicatori di benessere, far nascere imprese con un nuovo modello, pensare ad una cittadinanza responsabile. Le nostre scelte contano e fanno vincere o perdere le aziende. Premiamole se fanno bene e rispettano l’ambiente, se i prodotti sono sostenibili per l’ambiente. Le spingeremo alla ricerca di prodotti compatibili. Oggi si parla di investimenti orientati su società produttive che rispettano l’ambiente. Possiamo mettere nel nostro portfolio certe società ed escluderne altre. Solo pochi anni fa sembravano operazioni avveniristiche. Operatori informati e coordinati incidono.
I segnali incoraggianti di responsabilità sociale d’impresa ci sono. A Firenze si è svolto lo scorso anno il
Festival dell’economia civile che ha raccolto progetti, pratiche, sperimentazioni in atto. Si è formata una rete di 42 organizzazioni tra sindacati, società cooperative, banche etiche, associazioni di consumatori con lo stesso obbiettivo di un’economia civile e sostenibile. Si sta formando da anni una rete che fa interfacciare consumatori e produttori. Sono prodotti fattibili che il consumatore può richiedere tenendo conto non solo del prezzo e del territorio ma anche della distanza, della filiera di lavorazione, della modalità di lavorazione, della considerazione per chi lavora, delle modalità di trasporto e di vendita.
In tempo di
covid si è promosso il lavoro a distanza, lo smart working. E’ una modalità che richiede regole. Il tempo liberato può tradursi in nuove opportunità per le aziende e per i lavoratori. Di fatto la pandemia non ha messo tutti sullo stesso piano e per molti la soddisfazione di vita ha subito un arretramento.
Occorre costruire politiche di salvaguardia per i più deboli, garanzie per i lavoratori che intervengono quando l’occupazione è a rischio. Nell’attuale economia di mercato

 

Giovanni Carlo Federico Villa

LA NATURA E’ GENESI (DI MERAVIGLIA)

Chiesa Borgo Santa Caterina, Bergamo 11 gennaio 2022

Giovanni Carlo Federico Villa

La pittura ha spesso interpretato questa parola thauma che è alla radice della filosofia con il sentimento che coglie l’uomo nel suo rapporto con la natura: un sentimento di stupore e meraviglia, di sgomento e fragilità.
Una natura da contemplare, avvolgente, che ha significati religiosi è quella di Caspar David Friedrich (1774-1840), il pittore tedesco famoso per il
Viandante sul mare di nebbia, vero e proprio manifesto del movimento romantico, come per Donna al tramonto del sole e per il più enigmatico Monaco in riva al mare dove la figura umana non ha riferimenti precisi e si perde nella natura tra cielo, mare e terra.

L’uomo rinascimentale ha una nuova coscienza di sé. Lo esprime nel ritratto e negli autoritratti che sottolineano sicurezza e forza creativa che sa dare alle cose. Nell’acquarello La grande zolla Durer mostra un tappeto erboso, tanti fili d’erba di piantaggine, tarassaco, graminacee, come fossero una foresta intricata. Il chiaroscuro, le ombre, la profondità assumono l’aspetto di macrocosmo e conferiscono alla realtà minuta la monumentalità di un soggetto sacro.

Già gli artisti del tardo gotico guardavano con occhi nuovi e incantati il mondo fuori. A Trento nella Torre Aquila, accanto al Castello del Buon Consiglio, sede dei principi vescovi, è raccontato il Ciclo delle stagioni (1397). E’ opera di un certo Magister Venceslao, pittore di probabile origine boema. Il suo è un prezioso documento di vita cortese e insieme del mondo servile e contadino. Si narra del miracoloso susseguirsi delle stagioni. Si inizia con gennaio in un paesaggio imbiancato dove un gruppo di nobili si diverte lanciandosi palle di neve mentre c’è chi per procacciarsi da vivere si dedica alla cacciagione. Si passa alla mite primavera, i primi lavori nei campi, il contadino con l’aratro o l’erpice, le dame che passeggiano, i cavalieri a corteggiare, e via via il taglio delle messi, la raccolta dei frutti, con le botteghe artigiane del
fabbro o del mugnaio, i passatempi degli abitanti della corte, tra tavole imbandite, tornei e falconeria. La natura cambia e si rigenera nella varietà dei suoi colori e nel ripetersi dei rituali.

Suscita meraviglia il Taccuino di disegni conservato alla Biblioteca Civica Angelo Mai, attribuito al maestro Giovannino de Grassi, architetto del Duomo di Milano (fine secolo XIV) e straordinario miniaturista. Suo è il fantasioso alfabeto figurativo. L’artista manifesta in esso un forte realismo che supera la tipologia dei bestiari medievali e testimonia uno studio personale e una propria autonomia estetica.
Al sentimento di sorpresa e di paura si collegano certe raffigurazioni popolari come l’
homo selvaticus di Sacco, una località della Val Gerola in Valtellina. Sul cartiglio è scritto: ”Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ghe fo pagura”. Questa tipologia iconografica ampiamente documentata nelle nostre valli si riallaccia a quella classica e sacra delle raffigurazioni di santi popolari, presentati in abiti dimessi, abitatori di luoghi deserti, modelli di valori religiosi e grandi intercessori presso la divinità che alleviano i mali e sostengono nel travaglio quotidiano della povera gente. Pensiamo ai vari Sant’Antonio Abate o San Rocco.
Altro sentimento susciterà, ormai in pieno Rinascimento, l’
Altare di Isenheim (1512) commissionato dall’arcivescovo di Magonza a Matthias Grunewald, un capolavoro assoluto. Si tratta di un polittico a più pannelli che si apre a diverse scene secondo le ricorrenze liturgiche dell’anno. Si trovava nell’ospedale che ospitava epilettici, lebbrosi, malati del “fuoco sacro”, di sifilide, appestati nelle frequenti epidemie. Un’opera di straordinaria bellezza e di valore religioso. Il grande complesso pittorico aveva la funzione terapeutica e consolatoria; accompagnava il malato nella speranza di guarigione e nella fede della salvezza. Guardiamo la prima scena, quella immediatamente visibile, la Crocifissione. La Madonna ha il volto ripiegato all’indietro, contenuta nel dolore, le mani serrate, e il discepolo Giovanni compartecipe la sostiene, mentre la Maddalena protende drammaticamente le braccia. Il Battista accanto indica il Salvatore. A lato, statue viventi, i due santi, Sebastiano che sopporta stoicamente le lacerazioni delle frecce e Antonio simbolo di fedeltà e devozione, saldo nella fede e indifferente al furore distruttivo del demonio. Un’opera di sconcertante espressione del dolore, potente atto di fede.

La natura è matrigna e con le sue forze sovrasta l’uomo evidenziandone la fragilità. Così vuole esprimere l’opera che Tiziano, all’apice della sua carriera – dello stesso anno 1548 è il Ritratto di Carlo V a cavallo - realizza per Maria d’Ungheria, sorella dell’imperatore, per il Castello di Binche a Bruxelles. Si trattava di quattro grandi tele di argomento mitologico raffiguranti i condannati che osarono ribellarsi al volere degli dei: Tizio, Sisifo, Tantalo, Issione. L’allusione politica ai principi protestanti organizzati nella Lega di Smalcalda è inequivocabile. Non tutte le tele si sono salvate. Quella di Sisifo è tuttora conservata al Prado di Madrid. L’uomo condannato per la sua temerarietà e mancanza di scrupoli è destinato a trasportare un enorme masso alla cima del monte. Tiziano lo mostra nell’oscurità degli inferi, curvo mentre arranca con le braccia muscolose, i piedi puntati che brancolano. Giunto alla meta, come attratti da una forza misteriosa, uomo e macigno rotolano a valle e tutto deve riprendere da capo. Protagonista assoluto è il colore che dà forza e espressione al mito.


Mauro Malighetti

 

edoardo dallari

THAUMA E CONFLITTO

Auditorium Liceo Mascheroni, Bergamo 21 dicembre 2021

Edoardo Dallari

Meraviglioso e angosciante è il mondo. Per orientarsi bisogna capirlo, altrimenti si è spaesati. Eraclito, Platone, Agostino sono i luoghi dell’Occidente che aiutano a capirlo.

Per Eraclito bisogna ascoltare la conflittualità che è la ragione del mondo. Polemos (guerra) è il padre delle cose. L’esperienza originaria è conflittuale. “Il conflitto è comune, la giustizia è la contesa e tutto accade per necessità”.

Non esserne consapevoli è thauma, si resta “stupidi”, stupiti, senza parola come l’infante, e ciò spinge alla ricerca della ragione. Rendersi conto non è eliminare il conflitto ma delinearne i confini. Le utopie lo vogliono cancellare, invece bisogna abitarlo. Bisogna ascoltare, ascoltare la natura: questo è il sapere per eccellenza che “l’oracolo di Delfi non dice né nasconde ma indica (semainein)”.

Le cose confliggendo si accomunano. “Non dando ascolto a me ma alla ragione è saggio ammettere che tutto è uno”. Tale comunanza dei contrari Eraclito chiama bella armonia. Nella dinamicità degli opposti c’è ordine.

La nostra azione deve essere volta a creare ordine, generare un kosmos. Il conflitto è ineliminabile ma bisogna far sì che si costituisca un mondo abitabile: habitus da cui habere, possedere, possedere uno spazio secondo un ordine, un senso, un fine. La polis va abitata pur nei molti valori confliggenti.

 

Siamo a Platone e alla sua Politeia (La repubblica). Il problema è trovare ciò che accomuna il logos dalla radice leg raccogliere. I “molti” si muovono confliggendo e bisogna creare le condizioni della possibilità dell’unità. L’idea è la città giusta (kallipolis). L’ordine senza conflitti è vuoto, ma i conflitti vanno controllati (C. Schmitt), armonizzati. Polis (città) richiama polùs, i molti. Attenti però all’imporre una volontà sulle altre, l’ideologia.

Come pensare questa città? E’ analoga all’anima, con una parte razionale governata dal discernimento (phronesis), una parte desiderante governata dalla temperanza (sophrosyne) e una irascibile la cui virtù è il coraggio (andreia). Le virtù creano armonia, le passioni vanno governate dalle virtù che creano armonia, dalla stessa radice arma, arte.

Per Platone il sapere deve governare secondo l’intento comune che è il bene. Così si può avere la città perfetta. Diversamente degenera, dall’aristocrazia alla democrazia alla tirannide. Il tiranno è colui che è schiavo delle passioni.

 

Agostino vede la storia come storia della Provvidenza. E’ la visione cristiana della storia della salvezza: la storia procede verso l’eskaton, che ha il momento conclusivo in Dio. I credenti sono in cammino verso la Gerusalemme celeste. Nel tempo intermedio però c’è la conflittualità tra la città dell’uomo e la città di Dio. Alla fine del tempo il conflitto cesserà.  Nel divenire storico “il conflitto è tra chi ama Dio fino al disprezzo di sé e chi ama sé fino al disprezzo di Dio”.

Dio si dona all’uomo e l’uomo è chiamato ad accogliere la sua Parola imitando il Cristo. La pace è un dono della fine del tempo. Nel frattempo viviamo in attesa agendo come testimoni della Parola. La virtù della Città di Dio è la carità secondo l’esempio del Cristo. La Città dell’uomo è dominata dalla libido dominandi, la sopraffazione, l’ambizione, la concupiscenza, vi regna l’interesse.

Le due strade si intrecciano nella storia. Il credente pellegrino abita la città terrena anelando alla città celeste. Non può estraniarsi e deve lottare con le potenze mondane. A lui il compito di evangelizzare. La Città di Dio non è la Chiesa perché il peccato non la risparmia ed è bisognosa di perdono e il diavolo vi s’introduce.

Nella storia la pace è preclusa. Intanto è tempo di testimonianza, nel conflitto ma sospirando per la Città del cielo.

 

Mauro Malighetti

 

don davide rota

dentro la meraviglia del creato.
lo stupore della fede

Auditorium Liceo Mascheroni, Bergamo 14 dicembre 2021

Don Davide Rota

C’è una diversa percezione della natura al di fuori della tradizione occidentale come tra i popoli della colonizzazione spagnola, Incas e Aztechi. Si parla di thauma, stupore, ma in senso negativo. Noi siamo portati a guardare la natura con gli occhi del Romanticismo, qualcosa di bello da godere esteticamente come un tramonto. Presso quei popoli è invece qualcosa di minaccioso e inquietante, che sfugge al controllo dell’uomo. Gli dei Aztechi, ad esempio, non hanno sembianze umane, ma un aspetto tra l’animale e il mostro atto a suscitare paura. L’uomo si sente in balia di forze misteriose e soverchianti, oppressi da un mondo sconosciuto, come il caos del dio greco Pan. La natura più che madre è matrigna che va placata con pratiche magiche, o talvolta rituali inumani e orripilanti ai nostri occhi come apparvero a Cortez e ai suoi uomini gli innumerevoli sacrifici umani fatti per l’inaugurazione del Tempio del sole a Tenochtitlàn.
All’opposto ci ha condotto la nostra cultura, a praticare un dominio sconsiderato della natura che finisce per ripercuotersi su noi stessi. La natura si ribella e fa disastri, la terra da giardino dell’Eden diventa luogo dove si scatenano forze infernali. La pestilenza che colpì Napoli ai primi del 1600 falcidiò l’80 per cento della popolazione. Dice un proverbio spagnolo: “Dio perdona sempre, noi qualche volta, la natura mai”.


Occorre trovare un diverso e più equilibrato atteggiamento. Nella Bibbia la natura non è vista a sé, come sembra di percepire da certi spot pubblicitari. Nella Bibbia la natura rimanda a Dio, il creato parla del creatore: “I cieli nominano la gloria di Dio/ l’opera delle sue mani annuncia il firmamento/ il giorno al giorno ne affida il racconto/ e la notte alla notte ne trasmette notizia” (Salmo 18).
La natura nella Bibbia ha una valenza simbolica. Noi uomini di scienza e del calcolo l’abbiamo persa. L’hanno ancora tale valenza quei popoli per certi versi legati ad un mondo arcaico, come i campesinos della Bolivia, propensi a rincorrere nelle parole altri significati o emozioni. Il discorso non è solo operazione razionalizzante. La realtà non ha una faccia sola che si misura e quantifica, ma è qualcosa da godere o temere, da conoscere e contemplare. Il campesinos vuole la sua chiesa “ma che sia bella!” come l’ambiente che l’accoglie, perché in una bella chiesa si sente veramente figlio dell’unico Padre.
“Se guardo il cielo opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, e il figlio dell’uomo perché te ne ricordi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato.” (Salmo 8)


Non si salva il mondo senza l’uomo. Si redime il mondo restituendo agli uomini la loro dignità. Il discorso ecologico passa di qui, altrimenti si perde la scala dei valori. Anche l’uomo più scombinato conserva qualcosa della bellezza che Dio ha messo in ogni persona e questa bellezza va ricuperata e lasciata esprimere.
Come Ousman del Gambia che ha ventun anni e con soddisfazione racconta: “ho mandato gli ultimi soldi per la casa”. Lui ha costruito la casa per tutta la famiglia e ha acquistato consapevolezza della sua dignità.
Il dare dignità deve essere il lavoro della comunità e delle sue istituzioni, una fatica interminabile ma dà i suoi frutti. In Bolivia come in Italia. Al Patronato S. Vincenzo l’85 % degli stranieri ospiti hanno un lavoro, retribuito e riconosciuto. Appaiono scalcinati certe volte e in certi luoghi, ma molti di loro oggi possono andare a testa alta.


La fede sta nel rispondere al compito che Dio affida all’uomo, responsabile di sé e del mondo, l’uomo al centro della creazione che parla di Dio. Richiede un agire concreto, un dare testimonianza.
Quale testimonianza più alta della propria vita? Così fece Dietrich Bonhoeffer, impiccato a pochi giorni della fine della guerra, che scriveva: “Sentivo dal carcere cantare nella chiesa vicina. Ogni giorno la comunità canta e io non posso tacere, io che ho ricevuto misericordia anche quando ho chiuso il mio cuore a Te, Signore, e ho amato le mie colpe più di quanto amassi Te” “Quando ero smarrito e incapace di trovare la via del ritorno è stata la parola del Signore a venirmi incontro. Ho capito che Dio mi ama, Lui mi è stato vicino, non mi ha incolpato del male che ho fatto. Da nemico mi ha trattato da amico, mi ha cercato incessantemente senza rancore, ha sofferto per me, è morto per me. Mi ha vinto”.
Ecco lo stupore della fede.

 

Mauro Malighetti

massimo donà

PRINCIPIO O FINE DELLA FILOSOFIA?

Filandone, Martinengo

10 dicembre 2021

Massimo Donà

“E’ proprio della filosofia provare meraviglia, né altro inizio ha la filosofia. Chi disse che Iride fu generato da Taumante non sbagliò la genealogia” (Platone, Teeteto).
Taumante (da thauma) è demone dell’abisso tenebroso e Iride è personificazione del radioso arcobaleno, come a dire che il bello ha un risvolto sconvolgente e dà una sensazione di vertigine. Stendhal la provò e descrisse questa esperienza nel tour che fece in Italia, da allora detta sindrome di Stendhal.


Meraviglia è anche dubbio: sarà o non sarà? Il dubbio muoveva Socrate a fermare tizio o caio per strada e chiedere: cos’è il bene? il giusto? Come dire: è qualcosa che conosco ma non mi è chiaro. E non barava.
Il filosofo è diverso dallo scienziato. Lo scienziato vuol sapere di più di ciò che già sa. Il filosofo dubita di ciò che sa.
La cosa, ciò che noi vediamo, è apparenza, diceva Kant, fenomeno. La verità della cosa sta oltre e ci è interdetta. Il filosofo vuol sapere l’essenza della cosa, il noumeno. Siccome la verità è totalità, occorre conoscere tutte le condizioni in cui quella cosa si pone perciò non la conosceremo mai. La totalità non è quantificabile e non si abbraccia mai. Vedo la cosa determinata ma il tutto non è determinato.
Il dubbio si ripropone. Il mondo che ci viene incontro, che si manifesta è comunque filtrato dall’IO, è un dato che l’io pensa. Il mondo offre la materia e l’IO gli dà la forma. I sensi ci mettono in contatto con la realtà e il pensiero dà la forma. Fichte, correggendo Kant, sottolineava che non solo la forma dipende dall’IO, pure la materia rientra nel pensiero, nulla è al di fuori dell’Io, la materia o non-IO è comunque riconosciuto dall’IO.
A Fichte però si potrebbe obbiettare che lui parla di assoluta estraneità (non-io) che l’io (il pensiero) riconosce; e comunque deve ammettere che qualcosa ci viene dato: altrimenti a chi darebbe forma l’IO? A nulla?
Si parla di materia: cos’è la materia? È qualcosa che ci viene incontro a cui do forma e chiamo finestra, tavolo, libro, filosofia. La finestra come finestra è perché la penso io. O forse qualcosa c’è anche se non lo penso: tant’è vero che posso sbatterci contro. Oggi i filosofi dibattono.


Come ragionavano i primi filosofi? Empedocle parlava di quattro elementi: terra, fuoco, aria, acqua che sono mossi da due forze, amore e odio. Le cose sono frutto di amore che poi si disgregano. Non era stravagante quel discorso se anche Goethe nei suoi racconti, forse influenzato dalle nuove scoperte sull’elettricità e sui legami chimici, parla di “affinità elettive”. I suoi personaggi stanno in tensione tra attrazione e repulsione.
Ci sono le cose, la materia, ma ci vuole movimento, il movimento è vita, il cadavere non si muove. Non convince la visione platonica dell’iperuranio o mondo delle idee identiche e immutabili. Che noia! Quanto è più interessante l’Inferno di Dante, dove si scontrano passioni, rispetto alla visione statica del Paradiso, dove Angeli e Santi stanno in contemplazione della maestà divina. Appassiona e meraviglia l’uomo nelle multiformi sfumature, di delinquente e di santo.
Ancora sulla materia. Si dice identica nel vivente. Eppure ogni cosa è diversa, le forme sono diverse. Si dice che se non uguali le cose sono simili, qualcosa le rende simili. Bisognerebbe definire il qualcosa che diciamo simile. Di fatto, ciò che incontro sono forme determinate, uniche, diverse. Ogni foglia è unica, non esiste un’altra foglia identica. L’identità è metamorfica, oltre la forma, non si incontra nella forma. Leibniz parlava di identità degli indiscernibili. L’identità è materia, non è forma ma è oltre la forma, semmai si tras-forma.


Un riferimento al racconto biblico della Genesi può aiutare. “Guai a chi mangia del frutto dell’albero!” dice Dio all’uomo e alla donna. L’uomo pecca perché osa conoscere il bene e il male. Il bene e il male in sé non si distinguono, non si possono conoscere. Il bene e il male assoluto esistono nelle azioni delle persone. Anche la più buona delle azioni può avere implicazioni negative. Gli opposti esistono in relazione, come calda è questa stanza per me che vengo da fuori. La vita è polarità.

 

Ecco su che cosa ragiona, s’interroga e si meraviglia la filosofia. Il dubbio che l’ha fatta nascere, l’accompagna. La verità, la mia verità è costretta a confrontarsi e a rimettersi in gioco. Altrimenti non è verità.


Mauro Malighetti

 
 

diego fusaro

la relazione tra meraviglia e paura

Auditorium Liceo Mascheroni, Bergamo 30 novembre 2021

Diego Fusaro

Fobos (paura) e thauma (meraviglia) sembrano due situazioni opposte dell’animo umano. Per i greci Fobos era una divinità, figlio di Ares e Afrodite. Il suo luogo privilegiato era il campo di battaglia. A Gaugamela Alessandro Magno incitò i suoi ad invocarlo prima dello scontro. A Sparta c’era un suo tempio. Il suo albero era l’acero rosso che richiama il sangue.


Nella tradizione la paura è un’emozione intensa, per la percezione di pericolo reale o supposto. E’ una specie di attesa, attesa di qualcosa di negativo. In senso positivo diventa speranza.
Per Platone le cose possono apparire ombre (doxa) ma non sono reali. La vera conoscenza avviene alla luce del sole. Kierkegaard distingueva paura e angoscia: la paura ha un contenuto preciso, l’angoscia è minaccia indeterminata e incontenibile. Nella Poetica Aristotele dice che la tragedia produce purificazione (katarsis) nello spettatore mediante pietà e terrore (eleos skai phobos). Quel che accade a Edipo potrebbe accadere a ciascuno di noi, sempre, in ogni momento. A differenza della storia, da cui non si apprende perché ci racconta quel che fece Alcibiade, Pericle o altri, e ci presenta una serie di eventi caotici, unici e irripetibili.


Nel Lakete (Platone) il coraggio è virtù maschile, si mostra sul campo di battaglia. Il coraggio non è temerarietà che è priva di ragione (fronesis): il temerario è più simile al pazzo. Il coraggioso agisce nonostante la paura, valutando le cose come realmente sono. “Il coraggioso prova molte e grandi paure e tuttavia agisce nonostante le paure”.


Il thauma (meraviglia) è comunemente avvertito come un sentire positivo, davanti al bello, al mirabile. Meglio renderlo con un termine preso da Benjamin: shock, urto. Socrate nel dialogo affascina come la piatta torpedine che finisce poi a elettrizzare e mettere in difficoltà. “Per gli dei, o Socrate, mi meraviglio per cosa possono essere queste tue visioni. Guardandole intensamente io soffro le vertigini” (Teeteto). Non sono tranquillizzanti le parole filosofiche ma danno un senso di vertigine e smarrimento.
La filosofia mostra un mondo capovolto (Hegel) e restituisce alla discussione critica ciò che appare assodato. Il filosofo, come in un campo di battaglia, non si fa vincere dalla paura ma ha il coraggio della verità (der Mut der Wahrheit). Contrariamente ai seguaci della pubblica opinione i filosofi sono amanti della meraviglia e non si accontentano della normalità di ciò che capita, mentre l’abitudine rende indifferenti come il becchino che fischietta mentre seppellisce (Amleto). “La presenza delle cose non giustifica la ragion d’essere” e il filosofo chiede spiegazione.


“L’essenza dell’universo non resiste al coraggio che vuol conoscere”. Ulisse sprona i compagni a procedere davanti alle colonne d’Ercole: “considerate la vostra semenza/ fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e canoscenza” (Inferno XXVI).
Nel mito della caverna (Platone, Repubblica) l’incatenato una volta libero s’incammina verso l’uscita. La salita, che è via al conoscere, è faticosa. Deve vincere paure e dolore, anche la luce solare abbacina e fa male. “Per intraprendere cose belle giusto soffrire qualsiasi cosa ci tocchi”. La paura attanaglia il tiranno che è senza legge (nomos) essendo lui la legge: così Platone dice di Dionisio di Siracusa che vede circondato da guardie armate. Il filosofo è a metà (metaxu) tra mortale e divino, sempre in movimento per sapere. Il governo dovrebbe appartenere ai filosofi ma i loro progetti sono fallimentari.


E oggi, in una società dalla paura strisciante? Prima dell’89 si parlava di tempo di passioni tristi, di assenza di speranza, di tramonto della modernità. Oggi si parla di epoca dell’eterno presente, fine della storia, desertificazione dell’avvenire, se non di potenziale catastrofe. Viene a mancare il coraggio della verità? Il filosofo rischia di ridursi a gatekeeper (custode del cancello), amministratore della caverna, rinunciando al fuori? Si limita a trasmettere senza discutere?
C’è paura del sapere, c’è aria di complottismo, sospetto di cattivi maestri. Invece c’è bisogno che torni la meraviglia al centro della nostra vita.

 

Mauro Malighetti

 

Giuseppe Girgenti

LA MERAVIGLIA DELLE MERAVIGLIE: LA COSCIENZA DI SÈ

Auditorium Liceo Mascheroni, Bergamo 23 novembre 2021

Giuseppe Girgenti

Nel romanzo incompiuto di Novalis ambientato nell’Egitto mitizzato un novizio entra nel tempio della dea Iside e violando il divieto solleva il velo che la ricopre. “Cosa vide (Sahe er)? Meraviglia delle meraviglie, vide se stesso (Er sah Wunder des Wunders, Sich Selbst)” (I discepoli di Sais). In un’altra versione Novalis racconta di due amanti Giacinto e Fior di Rosa che separati dalla sorte vanno in infinito pellegrinare l’uno in cerca dell’altro. Questa volta allo scoprimento del velo della dea, Giacinto vede Fior di rosa che gli cade tra le braccia.
L’uomo vuole svelare il segreto che si nasconde nella Natura. La filosofia è domanda, ricerca dell’origine e delle ragioni. L’uomo prova stupore, in senso negativo come per Enea l’orrendo spettacolo di Troia in fiamme, o in senso positivo come per Kant il cielo stellato e la legge morale che è in noi.


Dagli albori della filosofia l’uomo si è posto in ricerca. Si è trovato davanti ad un velo (P. Hadot, Il velo di Iside). La natura ama nascondersi (Eraclito) come l’io profondo che nella natura si specchia. L’uomo filosofico vuole togliere il velo ma non alla maniera delle scienze moderne che calcolano, sezionano, riducono e finiscono per cogliere la superficie, se non proprio a profanare. Schiller mette in guardia dallo squarciare quel velo che potrebbe nascondere qualcosa di insopportabile; per essere felici meglio non sapere.
La cultura greca guardava con fiducia: la ragione (logos) aiuta a capire le leggi che governano il mondo e quindi a vivere meglio. Il mondo è kòsmos non kaos. La legge che governa la natura è armonia, ordine, intelligenza, addirittura amore. Rivela “mirabilia”, spettacolo bello a vedersi. Il dio Thaumas è imparentato con Iride, personificazione dell’arcobaleno.
Conoscere il mondo procede con la coscienza di sé. Conoscere significa curare, cura dell’anima e cura politica. Ne hanno parlato diversi autori, dal platonismo al neoplatonismo. Si potrebbe dire nel linguaggio di Platone, è una catena d’oro che dà luce e vita, che a noi è giunta, capace di svelare la dea di Sais. Non è corda di vizi assecondati che ci tira giù ma sono fili interiori di virtù che elevano.


“A Sais la statua della dea reca l’iscrizione: io sono ciò che è stato, ciò che è, ciò che sarà e il mio peplo non è stato ancora sollevato da nessun mortale” (Plutarco). Nel tempo si nasconde il segreto dell’essere. Iside tiene in braccio il figlio che secondo l’iconografia della religione egiziana ha testa di falco, presto trasformata dai cristiani in viso di bimbo. Il figlio esplicita la temporalità. L’eternità è svolta nel tempo.
La divinità abbraccia il tempo ed è oltre il tempo. Come si deduce dall’altrettanto enigmatica risposta di Dio a Mosé sul Sinai: “io sono colui che sono”, secondo la versione greca della Bibbia dei Settanta (Esodo 3). Per il filosofo ebreo Filone Alessandrino l’espressione ebraica, dato che la lingua non ha coniugazione verbale, va resa con “sarò quel che ero” e indica l’essere a-temporale di Dio. Dio domina il tempo.


Sul tempio di Apollo a Delfi era scolpita anche una lettera, la E di epsilon: accenna alla seconda persona del verbo essere cioè “tu sei” dove il Tu è Dio. Davanti al dio che veracemente “È”, il fedele si sente come “chi non è” e come tale si deve riconoscere. Quel “conosci te stesso” è perciò un invito a riconoscere la propria limitatezza.
Conoscere sé non va inteso in senso solipsistico, alla maniera di Cartesio che di tutto e di tutti dubita tranne che dell’io, salvo poi non uscirne più.
L’io della filosofia greca è diverso, vede l’altro, si specchia nell’altro come la pupilla permette di vedermi nell’occhio dell’altro. Nel dialogo mi confermo. La cura dell’altro è cura di me.


Plotino scopre nella conoscenza di sé il divino. Nell’anima c’è l’Uno, il principio di tutto, il fondamento dell’io. La verità, cercata fuori, si trova dentro di sé. Ai discepoli raccomanda: cercate di condurre l’uno che è
in voi nell’Uno che è l’universo. Riunificate il divino dentro con il divino fuori. Se l’anima rincorre le novità del mondo, poi si ritrae nauseata. Il parlare disperde nel molteplice e finisce per farci errare o ha bisogno di continua correzione. L’anima che conosce l’Uno diventa pura luce che si fonde con la luce divina. E’ il momento (kairòs), semplice contatto, come il bacio che è fusione degli amanti. Il fine (telos) dell’anima è vedere Dio, la luce, grazie alla quale si può vedere ogni cosa.
E come questo è possibile? Spogliandosi di tutto, àfele pànta.


Mauro Malighetti

andrea possenti

la visione attuale della scienza della vita fuori dal nostro pianeta

Sala Betania, Almé

19 novembre 2021

Andrea Possenti

C’è vita nell’universo? E’ una domanda a cui oggi si cerca di rispondere coinvolgendo discipline e tecnologie diverse.

Anzitutto si tratta di definire la vita, che sulla Terra si è formata, a partire da certe caratteristiche: una certa struttura atomica che ha il carbonio come elemento base, la presenza di molecole organiche come quelle che formano il Dna e Rna, un metabolismo in grado di sfruttare l’energia per sostenere le funzioni vitali.
Così ristretto il campo e guardando fuori dalla nostra terra ci rendiamo conto che i componenti della vita si trovano dispersi nell’universo. Si trovano in abbondanza nella Via Lattea, tra le stelle che la formano, nelle polveri disperse tra stelle e in grado di formarne altre.
Anzitutto c’è l’acqua, dovunque, compresa nel sole e nel sistema che con esso è nato, cinque miliardi di anni fa, così come sul pianeta Terra formatasi qualche centinaio di milioni dopo. La materia si andava aggregando e disgregando in ammassi, pianeti, satelliti di pianeti e girando trasportata da meteoriti e comete.
Nel nostro sistema solare era da tempo oggetto di osservazione Marte, già famoso nell’Ottocento con Schiaparelli, pianeta su cui è stata accertata in passato una massiccia presenza dell’acqua. Titano e Encelado, satelliti di Saturno, sono osservati il primo perché ha avuto un’atmosfera simile a quella della Terra di quattro miliardi di anni fa, il secondo in quanto sotto la crosta solida cela un oceano liquido.


Lo scienziato Frank Drake, astrofisico americano, ha cercato di formalizzare il problema per la ricerca della vita nell’universo in forma di equazione:

 

 


L’equazione tiene conto oltre del numero di stelle che ogni anno si formano, sette circa, il numero di pianeti che ogni stella potrebbe avere come potenziali candidati a sviluppare la vita. Dal 1995 si sono scoperti e poi fotografati pianeti su stelle vicine. Stelle simili al nostro Sole potrebbero avere pianeti idonei.
Per la vita è richiesta una temperatura, non troppo calda né troppo fredda: un pianeta troppo vicino alla fonte energetica brucerebbe, lontano si trasformerebbe in deserto glaciale. Recenti ricerche hanno però evidenziato il fenomeno degli estremofili: esseri viventi capaci di sopportare le pressioni delle Fosse delle Marianne, batteri che resistono a radiazioni letali per l’uomo e che vivono a temperature di 270 gradi sotto zero.
Il pianeta candidato alla vita dovrebbe avere una gravità tale da trattenere gas e permettere una certa atmosfera. Senza atmosfera non si sarebbe formata tre miliardi di anni fa la vita sulla Terra.

Fatte queste precisazioni gli ottimisti parlano di seicento mila pianeti candidati alla vita, i pessimisti
controbattono con il “paradosso di Fermi”: se tante sono le probabilità perché finora non c’è stato nessun
riscontro?

La tecnologia ci offre oggi strumenti nuovi. Permette di analizzare le lunghezze d’onda della luce che arriva dalla stella o dal pianeta e perciò capire, secondo lo spettro dei colori, la sua composizione chimica. Si potrebbe dedurre la presenza di ozono, elemento indispensabile per la vita. Tra qualche anno l’Agenzia spaziale europea disporrà, con il consorzio di ditte italiane, di un telescopio ottico con uno specchio di 40 metri, in grado di rilevare segnali a distanze prima impensate. Anche Sardinia Radio Telescope partecipa al programma di rilevamento dei dati utili al rilevamento della vita fuori del nostro Pianeta.
La domanda sulla vita nell’universo si apre a cascata su altre: quello che è successo qui è successo altrove? quanto potrebbe durare la vita su un pianeta? ci sono altre forme di vita e magari forme intelligenti? come potrebbero essere questi segnali di vita intelligente?
Due anni fa un segnale proveniente dalla stella Proxima Centauri b distante 4 anni luce (appena!) ha fatto sobbalzare i centri di ricerca. Sembrava giunto il momento. Ma tutto si è presto ridimensionato. Sarebbe stato un salto epocale.
O dobbiamo rassegnarci ad essere soli, soli a godere di questo privilegio?


Mauro Malighetti

Equazione di Frank Drake
 
 

carlo sini

LO STUPORE ORIGINARIO

Auditorium Liceo Mascheroni, Bergamo 09 novembre 2021

Filosofo_Carlo_Sini

Lo dice Platone: è proprio del filosofare essere pieni di meraviglia (Teetéto). Aristotele aggiunge (Protreptico): lo stupore originario è non solo della filosofia ma anche del mito. Si prova stupore davanti agli astri e dalla causa delle cose ma anche il sapere mitico è abitato dal desiderio di sapere. La filosofia parla dell’acqua principio di tutto e il mito racconta di Oceano e l’origine del mondo, c’è stupore per il cielo stellato e per la non-proporzionalità nel triangolo tra lato e ipotenusa.


Lucrezio (De rerum natura) - fortunosamente ritrovato dall’umanista Bracciolini nel Monastero di San Gallo (1417) - racconta l’origine della vita, degli animali, dell’uomo. “Tentò la terra in quel tempo di procrear altri mostri”; e l’uomo “non ancora gagliardo da attraversare i profondi mari” “non ancora guidatore del curvo aratro né tale da saper ammollire col ferro il suolo” “Né tale da servirsi del fuoco né all’uso di costumanze e leggi, da invocare pavido nella notturna ombra il giorno e il sole”. E perciò ancora senza stupore perché non consapevole.
Vico riecheggia Lucrezio quando parla di bestioni nei boschi, in disordinato concupire, senza padre né padre: “finché diradatosi la vegetazione richiamati dal tuono e dal fulmine alzarono lo sguardo e scoprirono il cielo, e si stupirono vedendo il sole e le stelle, la luna e le cose, or questo or quello”. Con l’uomo consapevole nasce la meraviglia.
Continua Lucrezio: “si procurarono in seguito capanne e fuoco, e videro i padri nascere i propri figliuoli” e col vivere sociale “presero a stringere rapporti i vicini, “ e capire coi gesti e suoni inarticolati esser giusto che tutti abbian rispetto dei deboli. Chi li spinse a foggiare con vari suoni il linguaggio fu la natura, e il vantaggio produsse i nomi alle cose”.
L’uomo capisce e risponde. Usa il linguaggio. Così l’infante si accorge di essere in relazione e si agita e grida. “Se le diverse impressioni adunque fan che le bestie, che pur non han la parola, emettan voci diverse, quanto è più ovvio che l’uomo abbia così, con le varie voci, potuto indicare la varietà delle cose!”
La parola è segno e condivisione. Si accompagna al pensiero l’emozione, la paura o la gioia, la speranza o la delusione. La parola è sì calcolo come diceva Platone accennando a ciò che avvenne tra Medi e Persiani nel mezzo della battaglia: un’eclisse di sole li lascò sgomenti perché non sapevano calcolare. Ma non è vocabolo fisso, astratto, identico, per ogni tempo e luogo, la parola è vita, aperta alla meraviglia.


Spiega Nietzsche in Genealogia della morale. “L’uomo è l’animale cui è consentito far promesse: questo il compito impostogli dalla natura”. Impara a disporre del futuro, a pensare secondo causalità, a vedere il lontano come presente, a valutare quel che è scopo e quel che è mezzo. Tale è il peculiare lavoro dell’uomo su se stesso. Parla di eticità dei costumi. A Kant che parla di imperativo morale secondo il quale l’uomo ha una voce in sé che lo guida e che gli impone di aiutare il fratello e anche il nemico in difficoltà, Nietzsche ribatte che di fatto l’uomo si lascia guidare dal giudizio ipotetico, dal calcolo: faccio questo per ottenere quello. Ed è lungo il cammino che porta all’eticità dei costumi. Progressivamente l’uomo costruisce relazioni e attraverso parole, gesti, uso del corpo, convivenze crea l’accordo. Dalla piccola comunità, dalla famiglia, dal gruppo, giunge a sentimenti sociali, ampi e condivisi.
Miracolo della meraviglia? Ne troviamo già traccia nell’Antigone (Euripide). “Molte le cose straordinarie, nulla più dell’uomo. Egli avanza oltre il grigio mare, l’uomo ingegnoso che instancabile calca la terra, a caccia
di prede, pieno di strattagemmi per catturare prede, dal volatile pensiero, con sentimenti di convivenza, che dà valore al male e al bene, dall’intelligenza creativa e si diletta del bello
”. E tuttavia, anche animale terribile e tracotante!


Mauro Malighetti