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sintesi del corso

thaÛma
la meraviglia della vita

Giuseppe Girgenti

LA MERAVIGLIA DELLE MERAVIGLIE: LA COSCIENZA DI SÈ

Auditorium Liceo Mascheroni, Bergamo 23 novembre 2021

Giuseppe Girgenti

Giuseppe Girgenti

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Nel romanzo incompiuto di Novalis ambientato nell’Egitto mitizzato un novizio entra nel tempio della dea Iside e violando il divieto solleva il velo che la ricopre. “Cosa vide (Sahe er)? Meraviglia delle meraviglie, vide se stesso (Er sah Wunder des Wunders, Sich Selbst)” (I discepoli di Sais). In un’altra versione Novalis racconta di due amanti Giacinto e Fior di Rosa che separati dalla sorte vanno in infinito pellegrinare l’uno in cerca dell’altro. Questa volta allo scoprimento del velo della dea, Giacinto vede Fior di rosa che gli cade tra le braccia.
L’uomo vuole svelare il segreto che si nasconde nella Natura. La filosofia è domanda, ricerca dell’origine e delle ragioni. L’uomo prova stupore, in senso negativo come per Enea l’orrendo spettacolo di Troia in fiamme, o in senso positivo come per Kant il cielo stellato e la legge morale che è in noi.


Dagli albori della filosofia l’uomo si è posto in ricerca. Si è trovato davanti ad un velo (P. Hadot, Il velo di Iside). La natura ama nascondersi (Eraclito) come l’io profondo che nella natura si specchia. L’uomo filosofico vuole togliere il velo ma non alla maniera delle scienze moderne che calcolano, sezionano, riducono e finiscono per cogliere la superficie, se non proprio a profanare. Schiller mette in guardia dallo squarciare quel velo che potrebbe nascondere qualcosa di insopportabile; per essere felici meglio non sapere.
La cultura greca guardava con fiducia: la ragione (logos) aiuta a capire le leggi che governano il mondo e quindi a vivere meglio. Il mondo è kòsmos non kaos. La legge che governa la natura è armonia, ordine, intelligenza, addirittura amore. Rivela “mirabilia”, spettacolo bello a vedersi. Il dio Thaumas è imparentato con Iride, personificazione dell’arcobaleno.
Conoscere il mondo procede con la coscienza di sé. Conoscere significa curare, cura dell’anima e cura politica. Ne hanno parlato diversi autori, dal platonismo al neoplatonismo. Si potrebbe dire nel linguaggio di Platone, è una catena d’oro che dà luce e vita, che a noi è giunta, capace di svelare la dea di Sais. Non è corda di vizi assecondati che ci tira giù ma sono fili interiori di virtù che elevano.


“A Sais la statua della dea reca l’iscrizione: io sono ciò che è stato, ciò che è, ciò che sarà e il mio peplo non è stato ancora sollevato da nessun mortale” (Plutarco). Nel tempo si nasconde il segreto dell’essere. Iside tiene in braccio il figlio che secondo l’iconografia della religione egiziana ha testa di falco, presto trasformata dai cristiani in viso di bimbo. Il figlio esplicita la temporalità. L’eternità è svolta nel tempo.
La divinità abbraccia il tempo ed è oltre il tempo. Come si deduce dall’altrettanto enigmatica risposta di Dio a Mosé sul Sinai: “io sono colui che sono”, secondo la versione greca della Bibbia dei Settanta (Esodo 3). Per il filosofo ebreo Filone Alessandrino l’espressione ebraica, dato che la lingua non ha coniugazione verbale, va resa con “sarò quel che ero” e indica l’essere a-temporale di Dio. Dio domina il tempo.


Sul tempio di Apollo a Delfi era scolpita anche una lettera, la E di epsilon: accenna alla seconda persona del verbo essere cioè “tu sei” dove il Tu è Dio. Davanti al dio che veracemente “È”, il fedele si sente come “chi non è” e come tale si deve riconoscere. Quel “conosci te stesso” è perciò un invito a riconoscere la propria limitatezza.
Conoscere sé non va inteso in senso solipsistico, alla maniera di Cartesio che di tutto e di tutti dubita tranne che dell’io, salvo poi non uscirne più.
L’io della filosofia greca è diverso, vede l’altro, si specchia nell’altro come la pupilla permette di vedermi nell’occhio dell’altro. Nel dialogo mi confermo. La cura dell’altro è cura di me.


Plotino scopre nella conoscenza di sé il divino. Nell’anima c’è l’Uno, il principio di tutto, il fondamento dell’io. La verità, cercata fuori, si trova dentro di sé. Ai discepoli raccomanda: cercate di condurre l’uno che è
in voi nell’Uno che è l’universo. Riunificate il divino dentro con il divino fuori. Se l’anima rincorre le novità del mondo, poi si ritrae nauseata. Il parlare disperde nel molteplice e finisce per farci errare o ha bisogno di continua correzione. L’anima che conosce l’Uno diventa pura luce che si fonde con la luce divina. E’ il momento (kairòs), semplice contatto, come il bacio che è fusione degli amanti. Il fine (telos) dell’anima è vedere Dio, la luce, grazie alla quale si può vedere ogni cosa.
E come questo è possibile? Spogliandosi di tutto, àfele pànta.


Mauro Malighetti

 

andrea possenti

la visione attuale della scienza della vita fuori dal nostro pianeta

Sala Betania, Almé

19 novembre 2021

Andrea Possenti

Andrea Possenti

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C’è vita nell’universo? E’ una domanda a cui oggi si cerca di rispondere coinvolgendo discipline e tecnologie diverse.

Anzitutto si tratta di definire la vita, che sulla Terra si è formata, a partire da certe caratteristiche: una certa struttura atomica che ha il carbonio come elemento base, la presenza di molecole organiche come quelle che formano il Dna e Rna, un metabolismo in grado di sfruttare l’energia per sostenere le funzioni vitali.
Così ristretto il campo e guardando fuori dalla nostra terra ci rendiamo conto che i componenti della vita si trovano dispersi nell’universo. Si trovano in abbondanza nella Via Lattea, tra le stelle che la formano, nelle polveri disperse tra stelle e in grado di formarne altre.
Anzitutto c’è l’acqua, dovunque, compresa nel sole e nel sistema che con esso è nato, cinque miliardi di anni fa, così come sul pianeta Terra formatasi qualche centinaio di milioni dopo. La materia si andava aggregando e disgregando in ammassi, pianeti, satelliti di pianeti e girando trasportata da meteoriti e comete.
Nel nostro sistema solare era da tempo oggetto di osservazione Marte, già famoso nell’Ottocento con Schiaparelli, pianeta su cui è stata accertata in passato una massiccia presenza dell’acqua. Titano e Encelado, satelliti di Saturno, sono osservati il primo perché ha avuto un’atmosfera simile a quella della Terra di quattro miliardi di anni fa, il secondo in quanto sotto la crosta solida cela un oceano liquido.


Lo scienziato Frank Drake, astrofisico americano, ha cercato di formalizzare il problema per la ricerca della vita nell’universo in forma di equazione:

 

 


L’equazione tiene conto oltre del numero di stelle che ogni anno si formano, sette circa, il numero di pianeti che ogni stella potrebbe avere come potenziali candidati a sviluppare la vita. Dal 1995 si sono scoperti e poi fotografati pianeti su stelle vicine. Stelle simili al nostro Sole potrebbero avere pianeti idonei.
Per la vita è richiesta una temperatura, non troppo calda né troppo fredda: un pianeta troppo vicino alla fonte energetica brucerebbe, lontano si trasformerebbe in deserto glaciale. Recenti ricerche hanno però evidenziato il fenomeno degli estremofili: esseri viventi capaci di sopportare le pressioni delle Fosse delle Marianne, batteri che resistono a radiazioni letali per l’uomo e che vivono a temperature di 270 gradi sotto zero.
Il pianeta candidato alla vita dovrebbe avere una gravità tale da trattenere gas e permettere una certa atmosfera. Senza atmosfera non si sarebbe formata tre miliardi di anni fa la vita sulla Terra.

Fatte queste precisazioni gli ottimisti parlano di seicento mila pianeti candidati alla vita, i pessimisti
controbattono con il “paradosso di Fermi”: se tante sono le probabilità perché finora non c’è stato nessun
riscontro?

La tecnologia ci offre oggi strumenti nuovi. Permette di analizzare le lunghezze d’onda della luce che arriva dalla stella o dal pianeta e perciò capire, secondo lo spettro dei colori, la sua composizione chimica. Si potrebbe dedurre la presenza di ozono, elemento indispensabile per la vita. Tra qualche anno l’Agenzia spaziale europea disporrà, con il consorzio di ditte italiane, di un telescopio ottico con uno specchio di 40 metri, in grado di rilevare segnali a distanze prima impensate. Anche Sardinia Radio Telescope partecipa al programma di rilevamento dei dati utili al rilevamento della vita fuori del nostro Pianeta.
La domanda sulla vita nell’universo si apre a cascata su altre: quello che è successo qui è successo altrove? quanto potrebbe durare la vita su un pianeta? ci sono altre forme di vita e magari forme intelligenti? come potrebbero essere questi segnali di vita intelligente?
Due anni fa un segnale proveniente dalla stella Proxima Centauri b distante 4 anni luce (appena!) ha fatto sobbalzare i centri di ricerca. Sembrava giunto il momento. Ma tutto si è presto ridimensionato. Sarebbe stato un salto epocale.
O dobbiamo rassegnarci ad essere soli, soli a godere di questo privilegio?


Mauro Malighetti

Equazione di Frank Drake
 
 

carlo sini

LO STUPORE ORIGINARIO

Auditorium Liceo Mascheroni, Bergamo 09 novembre 2021

Carlo Sini

Carlo Sini

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Lo dice Platone: è proprio del filosofare essere pieni di meraviglia (Teetéto). Aristotele aggiunge (Protreptico): lo stupore originario è non solo della filosofia ma anche del mito. Si prova stupore davanti agli astri e dalla causa delle cose ma anche il sapere mitico è abitato dal desiderio di sapere. La filosofia parla dell’acqua principio di tutto e il mito racconta di Oceano e l’origine del mondo, c’è stupore per il cielo stellato e per la non-proporzionalità nel triangolo tra lato e ipotenusa.


Lucrezio (De rerum natura) - fortunosamente ritrovato dall’umanista Bracciolini nel Monastero di San Gallo (1417) - racconta l’origine della vita, degli animali, dell’uomo. “Tentò la terra in quel tempo di procrear altri mostri”; e l’uomo “non ancora gagliardo da attraversare i profondi mari” “non ancora guidatore del curvo aratro né tale da saper ammollire col ferro il suolo” “Né tale da servirsi del fuoco né all’uso di costumanze e leggi, da invocare pavido nella notturna ombra il giorno e il sole”. E perciò ancora senza stupore perché non consapevole.
Vico riecheggia Lucrezio quando parla di bestioni nei boschi, in disordinato concupire, senza padre né padre: “finché diradatosi la vegetazione richiamati dal tuono e dal fulmine alzarono lo sguardo e scoprirono il cielo, e si stupirono vedendo il sole e le stelle, la luna e le cose, or questo or quello”. Con l’uomo consapevole nasce la meraviglia.
Continua Lucrezio: “si procurarono in seguito capanne e fuoco, e videro i padri nascere i propri figliuoli” e col vivere sociale “presero a stringere rapporti i vicini, “ e capire coi gesti e suoni inarticolati esser giusto che tutti abbian rispetto dei deboli. Chi li spinse a foggiare con vari suoni il linguaggio fu la natura, e il vantaggio produsse i nomi alle cose”.
L’uomo capisce e risponde. Usa il linguaggio. Così l’infante si accorge di essere in relazione e si agita e grida. “Se le diverse impressioni adunque fan che le bestie, che pur non han la parola, emettan voci diverse, quanto è più ovvio che l’uomo abbia così, con le varie voci, potuto indicare la varietà delle cose!”
La parola è segno e condivisione. Si accompagna al pensiero l’emozione, la paura o la gioia, la speranza o la delusione. La parola è sì calcolo come diceva Platone accennando a ciò che avvenne tra Medi e Persiani nel mezzo della battaglia: un’eclisse di sole li lascò sgomenti perché non sapevano calcolare. Ma non è vocabolo fisso, astratto, identico, per ogni tempo e luogo, la parola è vita, aperta alla meraviglia.


Spiega Nietzsche in Genealogia della morale. “L’uomo è l’animale cui è consentito far promesse: questo il compito impostogli dalla natura”. Impara a disporre del futuro, a pensare secondo causalità, a vedere il lontano come presente, a valutare quel che è scopo e quel che è mezzo. Tale è il peculiare lavoro dell’uomo su se stesso. Parla di eticità dei costumi. A Kant che parla di imperativo morale secondo il quale l’uomo ha una voce in sé che lo guida e che gli impone di aiutare il fratello e anche il nemico in difficoltà, Nietzsche ribatte che di fatto l’uomo si lascia guidare dal giudizio ipotetico, dal calcolo: faccio questo per ottenere quello. Ed è lungo il cammino che porta all’eticità dei costumi. Progressivamente l’uomo costruisce relazioni e attraverso parole, gesti, uso del corpo, convivenze crea l’accordo. Dalla piccola comunità, dalla famiglia, dal gruppo, giunge a sentimenti sociali, ampi e condivisi.
Miracolo della meraviglia? Ne troviamo già traccia nell’Antigone (Euripide). “Molte le cose straordinarie, nulla più dell’uomo. Egli avanza oltre il grigio mare, l’uomo ingegnoso che instancabile calca la terra, a caccia
di prede, pieno di strattagemmi per catturare prede, dal volatile pensiero, con sentimenti di convivenza, che dà valore al male e al bene, dall’intelligenza creativa e si diletta del bello
”. E tuttavia, anche animale terribile e tracotante!


Mauro Malighetti